
CASAL DI PRINCIPE. Avrebbe messo a disposizione la propria abitazione per custodire denaro destinato agli affiliati del clan. È questo uno dei passaggi chiave evidenziati dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, sulla base delle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Mario Iavarazzo, che colloca Luigi Scalzone nel sistema economico legato ai Casalesi.
Secondo quanto ricostruito, Scalzone – genero di Dante Apicella, detto “Damigiana”, già condannato per mafia – sarebbe stato formalmente impegnato in attività lavorative, ma in realtà inserito in un contesto più ampio riconducibile al clan. Il pentito ha riferito che il giovane si rivolse a lui per una controversia legata al pagamento di una fornitura, ricevendo però l’indicazione che il suocero avrebbe potuto gestire direttamente la situazione.
Il periodo ritenuto più rilevante è tra il 2009 e il 2011: in quegli anni, secondo Iavarazzo, Scalzone avrebbe accettato di nascondere somme di denaro nella propria casa, consapevole sia della provenienza sia della destinazione dei soldi. Un ruolo che, secondo i giudici, non sarebbe stato occasionale ma stabile.
Per questa attività, l’uomo avrebbe ricevuto piccoli vantaggi economici, utilizzati anche per esigenze personali. Un dettaglio che rafforza, secondo l’accusa, l’ipotesi di un rapporto continuativo con il circuito criminale.
Gli atti evidenziano inoltre una sproporzione tra i redditi dichiarati e alcune iniziative imprenditoriali, tra cui la costituzione della “White Stone srl” nel 2018. Circostanza che alimenta il sospetto di un possibile reimpiego di capitali illeciti.
Decisive anche alcune intercettazioni, nelle quali Scalzone avrebbe ammesso di non essere il reale titolare delle somme gestite, riconducendole ad altri soggetti, in particolare al suocero. I giudici parlano infatti di una forte ingerenza di Apicella nelle attività economiche formalmente intestate al genero.
Alla luce di questi elementi, il Tribunale ha disposto misure di prevenzione, con il sequestro di società, beni immobili, veicoli e conti per un valore di circa due milioni di euro. Apicella è già stato condannato in primo grado, mentre Scalzone è attualmente sotto processo.

