
Santa Maria Capua Vetere/Casapesenna. È un racconto lungo e dettagliato quello fornito dal collaboratore di giustizia Ferdinando Del Gaudio, ex elemento di vertice del gruppo “Bellagiò”, ritenuto legato al clan dei Casalesi. Le sue dichiarazioni, ritenute rilevanti anche per i riscontri investigativi, ricostruiscono ruoli, gerarchie e rapporti interni alla galassia criminale che fa capo alla famiglia Zagaria.
Del Gaudio, indicato come capo indiscusso del gruppo Bellagiò attivo tra Santa Maria Capua Vetere e il dintorni, ha ripercorso il proprio passato criminale dagli anni ’90 fino all’avvio della collaborazione con la giustizia nel 2021. Un percorso segnato da affiliazioni, attività nel traffico di droga e nelle estorsioni e da un legame costante con ambienti riconducibili ai Casalesi.
Nel suo racconto emerge con forza la figura di Filippo Capaldo, descritto come elemento di primo piano all’interno del sistema criminale. Un ruolo che, secondo il collaboratore, era già evidente durante i periodi di detenzione condivisi.
“sulla base delle informazioni che avevo e del carisma che egli aveva all’interno del carcere, una figura di altissimo profilo nel clan: non esagero se già in quegli anni lo definisco una sorta di capo del gruppo ZAGARIA insieme allo zio”.
Parole che delineano un quadro preciso, in cui Capaldo non viene rappresentato come una figura marginale, ma come un soggetto dotato di forte leadership e riconosciuto anche all’interno del contesto carcerario, dove – secondo Del Gaudio – si consolidavano equilibri e gerarchie.
Il collaboratore sottolinea anche il clima di rispetto che circondava Capaldo, evidenziando come il suo ruolo fosse percepito in maniera chiara dagli altri detenuti e dagli stessi affiliati: un elemento che rafforzava la sua posizione all’interno del clan.
Un altro passaggio centrale riguarda il rapporto personale che si instaurò tra i due proprio durante la detenzione. Del Gaudio racconta infatti come la conoscenza si sia trasformata nel tempo in un rapporto diretto e continuativo: “Filippo Capaldo instaurò con me un rapporto di buona amicizia”, segno di un legame che andava oltre il semplice contatto occasionale.
Non mancano riferimenti alla figura di Michele Zagaria, indicato come punto di riferimento del sistema e figura chiave nella costruzione degli equilibri interni. Capaldo viene descritto come pienamente inserito in quel contesto, con un ruolo riconosciuto anche per i legami familiari e per il peso specifico all’interno dell’organizzazione.
Nel racconto di Del Gaudio emerge inoltre il ruolo di soggetti intermedi sul territorio, incaricati di mantenere i contatti e trasmettere indicazioni operative. Una rete che, secondo gli inquirenti, conferma l’esistenza di una struttura organizzata e capillare.
Le dichiarazioni del collaboratore si inseriscono così in un quadro investigativo più ampio, contribuendo a delineare con maggiore precisione le dinamiche interne al clan e i rapporti tra i suoi esponenti di vertice.
Un mosaico che rafforza l’ipotesi degli investigatori su una gestione strutturata delle attività e su una leadership ben definita, con il nome di Capaldo che emerge come uno dei riferimenti principali nel contesto legato alla famiglia Zagaria.

