Dal trono del clan al ritorno al vico Castello: il peso del nome Massaro e quel timore rimasto fermo agli anni ’90

San Felice a Cancello. La sentenza di Appello arrivata questa settimana chiude un altro capitolo giudiziario, ma apre soprattutto una riflessione sul contesto in cui si è sviluppata l’inchiesta sull’estorsione al cantiere del polo scolastico di Santa Maria a Vico.

Perché la vicenda di Clemente Massaro, alias ‘o pecuraro, non è soltanto la storia di una richiesta di denaro. È soprattutto la storia di un nome che, a distanza di decenni, continua a portarsi dietro un peso.

I giudici hanno confermato la condanna nei confronti del 71enne riconoscendo l’aggravante del metodo mafioso, ma già nella sentenza di primo grado era emerso un passaggio destinato a far discutere: Massaro non è stato ritenuto oggi partecipe del clan che porta proprio il suo nome.

Un’apparente contraddizione solo per chi guarda la vicenda dall’esterno.

Il personaggio

Da una parte c’è infatti il passato, scolpito nelle sentenze definitive: il clan Massaro, la stagione di sangue, le estorsioni, gli anni in cui ‘o pecuraro diventò il riferimento criminale di San Felice dopo la morte di chi prima di lui aveva avuto il controllo della zona.

Dall’altra parte c’è il presente giudiziario, dove per contestare la partecipazione ad un’associazione mafiosa servono elementi attuali, collegamenti vivi, una struttura operativa ancora esistente e riconducibile al soggetto.

E questo, secondo i giudici, non è stato dimostrato.

Ma resta il punto centrale: il metodo.

Perché il metodo mafioso non vive soltanto nelle armi o negli affiliati schierati sul territorio. Vive anche nella forza intimidatoria di un nome, nella memoria collettiva, nella percezione di chi si trova davanti una persona con quella storia.

La lunga parabola di ‘o pecuraro

La storia criminale di Clemente Massaro attraversa gli anni più duri della camorra nella Valle di Suessola.

Dopo una lunga stagione segnata da omicidi ed estorsioni, negli anni Novanta conquistò un ruolo centrale nello scenario criminale locale, uscendo vincitore dalla contrapposizione con gruppi rivali e costruendo un’organizzazione che avrebbe poi preso proprio il suo nome.

Furono anni completamente diversi da quelli attuali: anni di faide, agguati, controllo del territorio.

Poi arrivò l’arresto nel 1996.

Nel 2004 la svolta: il clan venne colpito duramente e Massaro decise di collaborare con la giustizia.

Una scelta che aprì una nuova fase. I verbali dei collaboratori appartenenti a quel gruppo criminale riempirono migliaia di pagine, contribuendo alla ricostruzione di delitti, dinamiche interne ed estorsioni.

Per molti anni Massaro rimase lontano da San Felice grazie al programma previsto per i collaboratori.

Poi il ritorno.

Il rientro dopo quasi trent’anni

Alla fine del 2023 Clemente Massaro torna stabilmente nel suo paese, nella zona del vico Castello.

Un ritorno che non passa inosservato.

Perché in un territorio piccolo la memoria è lunga. E vedere nuovamente in strada una figura legata ad una stagione così pesante del passato inevitabilmente provoca reazioni.

Massaro cammina negli stessi luoghi dove vivono ancora familiari di vittime, persone che ricordano quegli anni e imprenditori cresciuti ascoltando quel nome.

Ed è proprio su questo aspetto che si inserisce l’indagine dei carabinieri della Compagnia di Maddaloni.

Gli investigatori, dopo il suo ritorno, iniziano a seguire i suoi movimenti, gli incontri, gli spostamenti con Antonietta Sgambato.

Fino alla vicenda del campus scolastico.

Il nome che pesa più delle parole

Secondo l’accusa, nella richiesta alla ditta impegnata nell’appalto non servivano minacce esplicite.

Era il contesto a parlare.

Era la storia personale di Massaro a creare quel timore reverenziale che rappresenta il cuore stesso dell’aggravante mafiosa.

La frase sui mezzi del cantiere che sarebbero stati “al sicuro”, la garanzia che nessuno avrebbe toccato nulla, secondo la ricostruzione investigativa, aveva un significato preciso.

Non era una semplice rassicurazione.

Era il richiamo ad un potere del passato.

La sentenza di Appello conferma quindi il punto centrale dell’accusa: anche senza riconoscere una partecipazione attuale al clan Massaro, quel nome e quella storia avrebbero avuto ancora una capacità intimidatoria.

Il paradosso è tutto qui: per la giustizia oggi Clemente Massaro non è dentro il clan Massaro, ma il peso criminale costruito negli anni in cui quel clan nasceva sarebbe rimasto abbastanza forte da accompagnarlo ancora nel presente.

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