La busta, le telecamere e la “protezione” del boss sul cantiere: così l’inchiesta ha retto anche in Appello

Santa Maria a Vico/San Felice a Cancello. Alla fine quel 21 febbraio 2025 è rimasto il giorno spartiacque dell’intera vicenda. Il momento in cui, secondo l’impianto accusatorio, la richiesta estorsiva al cantiere del nuovo polo scolastico di Santa Maria a Vico è uscita dalla fase delle parole per trasformarsi nella prova materiale.

Un quadro investigativo che ha retto anche davanti ai giudici della Corte di Appello di Napoli: confermata la condanna per il boss Clemente Massaro, alias ‘o pecuraro, e ribaltata la posizione della compagna Antonietta Sgambato, ‘a sparatora, passata dall’assoluzione in primo grado ad una condanna a 4 anni e 5 mesi.

Il cuore dell’inchiesta resta quell’incontro delle 11 del mattino nel parcheggio del Conad di via Puoti. Da una parte Massaro e la compagna, arrivati a bordo di una Fiat 500 X, dall’altra il dipendente della ditta impegnata nella realizzazione del campus scolastico di via Felicissimo, alla guida di una Panda e con una busta contenente circa 3 mila euro.

Soldi che, secondo la ricostruzione degli investigatori, rappresentavano soltanto una prima tranche: l’obiettivo finale sarebbe stato ottenere il 3% su un appalto da circa 3 milioni e 300 mila euro. Una cifra non da poco…

Una scelta decisiva

Il dipendente, impaurito dall’idea di consegnare denaro in un parcheggio pubblico, propose di spostarsi nel bar poco distante. Una scelta che diventerà decisiva per l’indagine. Una volta entrato nell’attività commerciale, l’incaricato appoggiò la busta sul primo tavolino. Pochi secondi dopo entrò Massaro: dalle immagini acquisite dai carabinieri si vede il 70enne prendere la busta e inserirla nel giubbino. Subito dopo, mentre la compagna era al banco per il caffè, avvenne un altro passaggio diventato centrale nel processo: Massaro consegnò la busta alla Sgambato che la mise nella propria borsa. Un gesto che in primo grado non era stato ritenuto sufficiente per dimostrare la consapevolezza della donna, ma che evidentemente in Appello è stato valutato in maniera diversa. Il racconto di quei minuti prosegue con un altro dettaglio emblematico.

“Nessuno si avvicina”

Liberatosi della busta, il dipendente chiese al boss se i mezzi presenti nel cantiere fossero al sicuro. La risposta attribuita a Massaro è quella che per gli investigatori fotografa il peso del metodo utilizzato: i veicoli potevano restare anche con le chiavi inserite, perché ormai erano sotto la sua “protezione” e nessuno si sarebbe avvicinato. Prima di lasciarsi, inoltre, Massaro avrebbe ricordato all’interlocutore che si sarebbero rivisti prima di Pasqua. Un nuovo appuntamento che, secondo l’accusa, sarebbe servito a definire il resto della richiesta. Ma ormai la macchina investigativa era già partita. I carabinieri della Compagnia di Maddaloni, guidati dal capitano Arrigo, che da tempo seguivano i movimenti della coppia residente al vico Castello a San Felice, acquisirono i filmati del supermercato e quelli interni al bar, ricostruendo passo dopo passo il percorso delle auto e il passaggio della busta.

Da quelle immagini gli investigatori arrivarono poi all’identificazione dell’uomo alla guida della Panda e al collegamento con il cantiere del polo scolastico. Durante gli interrogatori entrambi avevano respinto le accuse. Antonietta Sgambato aveva sostenuto di non conoscere il contenuto degli incontri del compagno e di accompagnarlo soltanto perché Massaro era senza patente. Il boss, dal canto suo, aveva difeso la compagna sostenendo che fosse completamente estranea alla vicenda.

Il regalo

Aveva inoltre parlato non di estorsione ma di un “regalo” ricevuto dopo essere stato contattato per garantire una forma di protezione ai mezzi del cantiere. Una versione che non ha convinto i giudici. La sentenza di Appello, soprattutto sulla posizione della Sgambato, rappresenta infatti un passaggio pesante: quel ruolo ritenuto marginale in primo grado è stato rivalutato e inserito dentro il contesto complessivo dell’azione contestata. La busta passata di mano, le telecamere, i movimenti ricostruiti dai militari e le conversazioni sulla “protezione” del cantiere hanno formato un quadro che, per i giudici di secondo grado, conferma la tenuta dell’impianto accusatorio.

Un click e sei sempre informato! Iscriviti al nostro canale WhatsApp per ricevere le news più importanti. Premi qui ed entra!