Racket della pubblicità, 8 si salvano: non ci fu mano del clan

CASAL DI PRINCIPE. Si conclude con una pronuncia di non luogo a procedere per prescrizione il processo a carico di otto imputati coinvolti nell’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia sul presunto racket dei cartelloni pubblicitari. Il tribunale di Napoli Nord ha escluso l’aggravante mafiosa, ritenendo non sufficientemente dimostrati i rapporti con il clan dei Casalesi.

La decisione è stata adottata dal collegio presieduto da Lucia Ferraro e riguarda Armando Aprile, Francesco Iavarazzo, Pasquale Iavarazzo, Quieta D’Angelo, Lucia Grassia, Raffaele Letizia, Giuseppe Lista e Angelo Pellecchia. Venuta meno l’aggravante, i reati contestati sono risultati prescritti.

L’impianto accusatorio ruotava attorno all’attività di Mario Iavarazzo. Secondo gli investigatori, dopo la scarcerazione il collaboratore di giustizia avrebbe ripreso a lavorare nel settore pubblicitario, affiancato dai fratelli Francesco e Michele Iavarazzo e dal loro collaboratore Gennaro Esposito. Un contributo sarebbe arrivato anche dall’imprenditore Armando Aprile, che avrebbe fornito mezzi e strutture della SPM srl.

Nella ricostruzione della Dda, l’attività sarebbe stata portata avanti ricorrendo, quando necessario, a intimidazioni nei confronti dei concorrenti e attraverso società intestate a prestanome, ma amministrate di fatto da Iavarazzo.
Gli accertamenti si erano concentrati, in particolare, sulle quote della Publione di Casal di Principe, che Mario Iavarazzo avrebbe intestato al fratello Francesco e ad altre persone. Successivamente, secondo l’accusa, le quote della Adv Comunication sarebbero state attribuite a Nicola Sabatino.

La società, costituita nel 2014 e operante nello stesso settore, aveva sede a Casal di Principe, nei medesimi uffici della Publione.
Alla nuova impresa sarebbero passati anche clienti della precedente società. Tra questi figurava la Cis Meridionale, che gestiva il centro commerciale Jambo, sottoposto ad amministrazione giudiziaria per precedenti infiltrazioni riconducibili al clan di Michele Zagaria.

Secondo gli inquirenti, con il coinvolgimento dei dipendenti Giuseppe Lista e Lucia Grassia, Iavarazzo avrebbe ottenuto per il 2016 la proroga dei contratti pubblicitari attraverso la Adv Comunication. Un passaggio che, nell’ipotesi accusatoria, avrebbe consentito di eludere le verifiche dell’amministrazione giudiziaria sulla continuità dei rapporti con la Publione.
Il collegio ha però ritenuto insufficienti gli elementi relativi ai legami con i Casalesi, escludendo l’aggravante mafiosa. Da questa valutazione è derivata la dichiarazione di prescrizione dei reati contestati.

 

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