
Caserta. Il vescovo Lagnese conosceva Guido, l’uomo morto in ospedale dopo l’aggressione avvenuta in piazza Sant’Anna da parte di un cittadino ucraino, subito arrestato dalla Guardia di Finanza. Lo ricorda come una persona segnata da tante fragilità e da una vita difficile alle spalle. Guido frequentava spesso la Cattedrale e, in alcune occasioni, anche durante la celebrazione della Santa Messa, manifestava in maniera forte il proprio disagio. Dietro quei comportamenti, secondo il vescovo, c’era però soprattutto una persona che chiedeva di essere vista, ascoltata e aiutata.
Don Enzo, parroco del Duomo, insieme ad altri sacerdoti, gli era stato vicino. Guido aveva trovato accoglienza, sostegno e affetto anche nelle strutture della Caritas e nella Casa dell’Amicizia della Comunità di Sant’Egidio, che frequentava ogni mercoledì, oltre che in altre realtà di accoglienza presenti in città. Il rischio, dopo fatti di cronaca così gravi, è che l’attenzione finisca per concentrarsi esclusivamente sull’omicidio, lasciando in secondo piano la vittima e la sua storia. Per il vescovo è invece fondamentale non dimenticare che Guido era prima di tutto una persona, con una propria dignità, un nome e un vissuto.
La sua morte, sottolinea, interpella la coscienza dell’intera comunità, perché ricorda come nessuno dovrebbe diventare invisibile, soprattutto quando si trova a vivere una condizione di particolare fragilità. Quanto accaduto provoca sgomento per la violenza con cui si sono svolti i fatti, sui quali spetterà naturalmente alla magistratura fare piena luce. Nella memoria del vescovo resta ancora la voce di Guido, che talvolta, anche in maniera scomposta, all’interno della Cattedrale gridava il proprio bisogno di aiuto. Una voce che, anche dopo la morte, continua in qualche modo a interrogare la città.
Proprio per questo il vescovo ritiene necessario rafforzare una collaborazione stabile tra istituzioni civili, servizi sociali, forze dell’ordine, realtà del Terzo settore e comunità ecclesiale. Ha annunciato l’intenzione di farsi promotore di un confronto anche con la prefetta Lucia Volpe, nella convinzione che situazioni complesse come quelle vissute dalle persone senza fissa dimora non possano essere affrontate da un solo soggetto. Occorre, secondo il presule, costruire una rete capace di ascoltare, prevenire e accompagnare. La risposta non può essere soltanto episodica o legata alle emergenze, ma deve diventare condivisa e continuativa, con la capacità di intervenire, quando possibile, prima che le situazioni di fragilità raggiungano livelli estremi.
La povertà intercettata quotidianamente dalla Chiesa, infatti, non è soltanto materiale. Alla mancanza di una casa, di un lavoro o delle cure si accompagnano spesso solitudine, sofferenze psicologiche, dipendenze, rotture familiari e perdita dei legami affettivi. Molte persone finiscono così per smarrire i punti di riferimento fondamentali della propria esistenza. Per questo non sarebbe sufficiente offrire semplicemente un servizio. Servono percorsi di accompagnamento capaci di mettere insieme assistenza, cura, ascolto e relazioni umane autentiche. Prima ancora di chiedere a una persona di cambiare vita, è necessario riuscire ad avvicinarla e a conquistarne la fiducia.
Sul tema delle segnalazioni relative a episodi di aggressività, effettuate in passato anche dall’Opera Sant’Anna, il vescovo evita di formulare giudizi sull’operato delle singole istituzioni, soprattutto mentre sono ancora in corso gli accertamenti sulla tragedia. Resta però la convinzione che ogni segnalazione di disagio, soprattutto quando riguarda situazioni che si protraggono nel tempo, debba essere presa nella massima considerazione. Di fronte a quanto accaduto, più che interrogarsi soltanto su chi avrebbe potuto evitare la tragedia, secondo il vescovo sarebbe necessario chiedersi cosa sia possibile fare da questo momento in avanti affinché episodi analoghi non si ripetano. È proprio su questo terreno che istituzioni e associazioni dovrebbero lavorare insieme.
Colpisce anche il luogo nel quale si è consumata l’aggressione: a pochi passi dal Santuario di Sant’Anna e dalla caserma della Guardia di Finanza. La morte di Guido e quella dell’altro uomo senza fissa dimora, di nazionalità algerina, deceduto il giorno precedente in seguito a un malore, hanno interessato due luoghi fortemente simbolici della città: piazza Sant’Anna, davanti al Santuario della patrona di Caserta, e piazza IV Novembre, accanto al Monumento ai Caduti. Anche sotto i portici del Municipio, nel corso dell’anno, sono state più volte viste persone senza casa alla ricerca di un riparo. Immagini che, secondo il vescovo, devono interrogare profondamente la comunità, perché dimostrano come il disagio e l’emarginazione non appartengano a luoghi lontani, ma siano presenti nel cuore stesso della città, accanto alle chiese, alle istituzioni e alle abitazioni.
La presenza dei presìdi istituzionali ed ecclesiali resta fondamentale, ma nessun edificio e nessuna istituzione possono sostituire, da soli, una comunità capace di vedere le persone, ascoltarle e costruire percorsi concreti di inclusione. Anche la bonifica di piazza IV Novembre, effettuata dopo la morte dell’altro clochard, apre una riflessione sui tempi degli interventi. Per il vescovo colpisce che le due morti siano avvenute proprio in luoghi nei quali erano già visibili situazioni di incuria e disagio. Gli interventi di pulizia, riqualificazione e decoro sono necessari e rappresentano una componente importante della cura della città, ma non possono diventare l’unica risposta. La vera sfida è intervenire sulle situazioni di degrado e di emarginazione prima che diventino croniche. Quando una persona è costretta a vivere stabilmente per strada, per il vescovo si è già di fronte a una ferita dell’intera comunità. Da qui la necessità di imparare a riconoscere in anticipo i segnali del disagio e costruire risposte concrete prima che una condizione di fragilità arrivi al suo punto più estremo.

