Figlio del boss trovato morto in carcere, si stava per pentire: indagini in corso

Casal di Principe. Dall’arresto al tragico decesso. Costantino Russo, figlio del boss dei Casalesi Giuseppe Russo detto “Peppe ‘o Padrino”, è stato trovato senza vita questa notte nella cella dove era recluso.

La sua morte scuote il mondo giudiziario e gli ambienti investigativi. Secondo le prime informazioni circolate nelle ultime ore, il detenuto sarebbe stato trovato senza vita nella notte all’interno della casa circondariale di Secondigliano.

Ecco come è stato ritrovato

Il decesso dovrebbe essere avvenuto tra le 23 e 30 e la mezzanotte. Il giovane di stanza a Castel Volturno si sarebbe tolto la vita attaccandosi con una corda o un elastico alla grata della finestra della cella. Inutili i tentativi di soccorso da parte degli agenti penitenziari.

Sull’accaduto sono in corso gli accertamenti dell’autorità giudiziaria e dell’amministrazione penitenziaria, chiamate a ricostruire con precisione la dinamica dei fatti.

La notizia assume particolare rilievo anche per quanto emerso nelle scorse settimane sul suo conto. Russo era stato arrestato nell’ambito della maxi inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia che aveva colpito il clan Russo, storicamente vicino alla fazione Schiavone dei Casalesi. Dopo il suo ingresso in carcere erano emersi segnali che, secondo diverse ricostruzioni giornalistiche, lasciavano ipotizzare l’avvio di un possibile percorso di collaborazione con la giustizia.

Tra gli elementi che avevano alimentato questa ipotesi figuravano la rinuncia a impugnare il provvedimento cautelare, la revoca dei precedenti difensori e la nomina di un legale che assiste abitualmente collaboratori di giustizia. Circostanze che avevano fatto ritenere agli investigatori che Russo stesse valutando una svolta, pur senza che fosse stata ufficializzata alcuna collaborazione.

Figura centrale

Per gli inquirenti, il figlio di “Peppe ‘o Padrino” avrebbe rappresentato una figura centrale nella gestione degli interessi della fazione dopo la detenzione dei principali vertici familiari. Proprio per questo, un’eventuale decisione di collaborare avrebbe potuto offrire nuovi elementi investigativi sulle dinamiche del clan, sui rapporti tra detenuti e affiliati in libertà e sui presunti interessi economici riconducibili all’organizzazione.

La morte interrompe ora ogni possibile sviluppo di quel percorso. Saranno gli accertamenti disposti dalla magistratura a chiarire le circostanze del decesso e a verificare ogni aspetto della vicenda.

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