
CASTEL VOLTURNO/CASAL DI PRINCIPE. Secondo gli investigatori della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, il cuore operativo del gruppo riconducibile a Costantino Russo non era soltanto un luogo di ritrovo, ma un vero centro di gestione delle attività illecite. Al Bar Miramare di viale delle Camelie, ribattezzato dagli stessi indagati “Area 51”, si sarebbero concentrate le operazioni legate alla raccolta delle scommesse, ai summit tra affiliati e perfino allo spaccio di droga. È da questo presunto sistema che prende forma uno dei capitoli più significativi dell’inchiesta culminata con il blitz contro la fazione Russo-Schiavone del clan dei Casalesi.
Le intercettazioni e gli accertamenti investigativi descrivono un’organizzazione ben strutturata. Vincenzo Galiero, ritenuto il gestore operativo dell’Area 51 per conto di Russo, avrebbe coordinato l’attività di raccolta e intermediazione delle giocate, convogliandole verso una sala scommesse GoldBet formalmente intestata a Sabrina Parascandolo. Secondo la ricostruzione accusatoria, il locale rappresentava anche il punto di riferimento per organizzare gli incontri tra gli affiliati, decidere gli spostamenti delle attività finite nel mirino delle forze dell’ordine e mantenere i contatti tra i componenti del gruppo. L’accesso al bar sarebbe stato rigidamente controllato: si entrava solo dopo una telefonata o utilizzando un campanello.
Le indagini evidenziano inoltre come il Bar Miramare fosse collegato anche al traffico di sostanze stupefacenti, attività che avrebbe convissuto con quella delle scommesse illegali, trasformando il locale in una base strategica per gli interessi del sodalizio criminale.
Attorno a questa struttura, secondo la Direzione investigativa antimafia, Costantino Russo, figlio dello storico esponente del clan Giuseppe Russo detto “Peppe o’ Padrino”, avrebbe costruito nel tempo una rete di investimenti nei settori dell’economia legale. Pur in presenza di redditi personali e familiari ritenuti modesti, avrebbe acquisito, tramite prestanome, numerose attività commerciali, tra cui bar, gelaterie, una sala scommesse, uno stabilimento balneare, una piscina e un negozio di articoli sportivi.
Per gli inquirenti tali investimenti avrebbero avuto una duplice funzione: da un lato reinvestire e occultare il denaro proveniente dalle attività illecite attraverso operazioni di autoriciclaggio, dall’altro consolidare la presenza del gruppo sul territorio e mantenere il controllo dell’economia del litorale domizio.
Emblematico, secondo gli investigatori, anche il contenuto di una conversazione intercettata tra Russo e la moglie Elvira Rubina Iannarella. La donna lamentava il numero crescente di attività gestite dalla famiglia, invitando il marito a concentrarsi su un solo business. Russo avrebbe invece spiegato che la diversificazione degli investimenti rappresentava una precisa strategia per limitare il rischio di sequestri e confische patrimoniali, continuando così a schermare il patrimonio grazie all’utilizzo di prestanome. Una scelta che, secondo la Procura antimafia, avrebbe consentito al gruppo di mantenere nel tempo la propria influenza economica sul territorio.

