Da recupero ambientale a hub per le terre dello scavo Tav: il progetto dietro l’inchiesta sull’ex sindaco

 

Caserta. L’inchiesta della Procura di Santa Maria Capua Vetere sulla presunta rete di rapporti illeciti che avrebbe coinvolto l’imprenditore Antonio Luserta, l’ex sindaco di Caserta Carlo Marino e l’avvocato Vincenzo Iorio continua a far emergere nuovi elementi sul futuro previsto per la cava Santa Lucia.

 

Dagli atti investigativi emerge infatti una significativa differenza tra il progetto originariamente autorizzato per il sito e le prospettive che si sarebbero successivamente delineate nell’ambito delle interlocuzioni con i soggetti coinvolti nella realizzazione delle opere ferroviarie dell’alta velocità.

 

Secondo la documentazione acquisita dagli inquirenti, il recupero ambientale della cava prevedeva inizialmente il conferimento di circa 100mila metri cubi di terreno vegetale destinato alla ricomposizione morfologica dell’area. Si trattava di un intervento finalizzato al ripristino ambientale del sito secondo le autorizzazioni rilasciate negli anni precedenti dagli enti competenti.

 

La situazione sarebbe però cambiata con la prospettiva di utilizzare la cava come punto di conferimento delle terre e rocce da scavo provenienti dai cantieri dell’alta velocità ferroviaria. Nelle manifestazioni di interesse presentate nell’ambito delle procedure collegate ai lavori Tav, la disponibilità indicata dalla società sarebbe risultata notevolmente superiore rispetto ai volumi previsti dal progetto autorizzato.

 

Gli atti richiamano infatti una capacità iniziale pari a circa un milione di metri cubi di materiale, con la possibilità di arrivare fino a quattro milioni di metri cubi. Quantità che avrebbero comportato una profonda trasformazione dell’assetto morfologico dell’intera area estrattiva.

 

Le verifiche tecniche eseguite nel corso delle indagini hanno inoltre evidenziato come l’autorizzazione esistente non fosse stata concepita per sostenere volumi di tale portata. Gli approfondimenti svolti dagli investigatori si sono concentrati proprio sulla compatibilità tra le autorizzazioni disponibili e i quantitativi di materiale previsti negli accordi commerciali collegati ai lavori ferroviari.

 

Nel corso degli accertamenti sarebbero inoltre emerse modifiche alle quote del sito e richieste di variazione progettuale che avrebbero richiesto ulteriori passaggi autorizzativi. Parallelamente, tra le ipotesi future per l’area figurava anche la realizzazione di un impianto fotovoltaico da collocare sulla superficie della cava una volta completate le operazioni di riempimento e recupero.

 

L’attenzione della magistratura resta ora concentrata sulla ricostruzione dell’intero iter amministrativo e sui rapporti intercorsi tra i soggetti coinvolti nella vicenda, per verificare la regolarità delle procedure seguite e il rispetto delle normative previste per interventi di tale impatto ambientale.

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