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Droga del clan per la città dei vip, c’è ribaltone per imputato chiave

 

MARCIANISE. Nuovo colpo di scena giudiziario nell’ambito del procedimento nato dall’inchiesta sul presunto traffico di sostanze stupefacenti collegato al clan Belforte e alle attività di spaccio che, secondo gli investigatori, avrebbero interessato anche la cosiddetta “Milano dei vip”.

 

La Quarta Sezione Penale della Corte di Cassazione ha infatti annullato con rinvio la sentenza emessa nei confronti di Antimo Bucci, accogliendo il ricorso presentato dal suo difensore, l’avvocato Pasquale Acconcia. Il procedimento tornerà ora davanti a una diversa sezione della Corte d’Appello per un nuovo esame.

 

La vicenda trae origine dalle ordinanze cautelari eseguite nell’aprile del 2023. Bucci era stato inizialmente raggiunto da un provvedimento restrittivo e, successivamente al riesame, era stato ammesso agli arresti domiciliari.

 

Al termine del giudizio abbreviato, il Tribunale aveva condannato l’imputato per il reato di associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti previsto dall’articolo 74 del D.P.R. 309/1990. Tuttavia, proprio sulla determinazione della pena si è sviluppata la questione che ha portato all’intervento della Suprema Corte.

 

Nel dispositivo letto in aula al termine dell’udienza, infatti, la pena era stata fissata in 4 anni e 8 mesi di reclusione. Nelle motivazioni della sentenza, invece, veniva indicata una pena ben diversa: 7 anni e 4 mesi di reclusione.

 

Una discrepanza che la difesa ha definito insanabile. Non un semplice errore materiale, ma un contrasto sostanziale tra due diverse determinazioni del trattamento sanzionatorio.

 

Successivamente la Corte d’Appello, pur in assenza di impugnazione da parte della Procura, aveva valorizzato quanto contenuto nella motivazione della sentenza di primo grado, condannando Bucci alla pena di 7 anni e 4 mesi.

 

Contro questa decisione l’avvocato Acconcia ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo la violazione degli articoli 546, 597 e 130 del Codice di Procedura Penale e del principio che vieta la cosiddetta “reformatio in peius”, ossia l’aggravamento della posizione dell’imputato quando solo quest’ultimo abbia presentato impugnazione.

 

La difesa ha evidenziato come la giurisprudenza consolidata della Cassazione stabilisca che, in caso di contrasto tra dispositivo e motivazione, prevale il dispositivo. Inoltre, secondo il ricorso, la Corte d’Appello non avrebbe potuto sostituirsi al giudice di primo grado scegliendo quale delle due pene applicare, né correggere una divergenza così rilevante attraverso una semplice interpretazione della sentenza.

 

Le argomentazioni difensive sono state condivise dai giudici della Suprema Corte, che hanno disposto l’annullamento della sentenza con rinvio ad altra sezione della Corte d’Appello per una nuova valutazione della vicenda.

 

Soddisfazione è stata espressa dall’avvocato Pasquale Acconcia per l’accoglimento del ricorso e per il riconoscimento delle questioni giuridiche sollevate nel corso del giudizio di legittimità.

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