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Duplice omicidio, ergastolo definitivo per il ras

 

San Cipriano d’Aversa. La Corte di Cassazione mette la parola fine al tentativo di riaprire il processo per il duplice omicidio di Vincenzo Maisto e Italo Venosa, delitto maturato durante una delle più sanguinose fasi della guerra interna al clan dei Casalesi.

 

La quinta sezione penale della Suprema Corte ha infatti rigettato il ricorso presentato da Corrado De Luca, considerato uno dei più fidati collaboratori del boss Antonio Iovine, confermando l’inammissibilità della richiesta di revisione della condanna all’ergastolo già pronunciata nei suoi confronti.

 

L’istanza era stata respinta dalla Corte d’Appello di Roma, decisione contro la quale la difesa aveva presentato ricorso sostenendo l’esistenza di nuovi elementi in grado di mettere in discussione la sentenza definitiva relativa al duplice assassinio avvenuto il 15 dicembre del 1992.

 

De Luca era stato condannato all’ergastolo dalla Corte d’Assise di Santa Maria Capua Vetere. La sentenza era stata successivamente confermata in Appello e resa definitiva dal rigetto del precedente ricorso in Cassazione.

 

Secondo le ricostruzioni emerse nei processi, il delitto si colloca nel pieno della faida che nei primi anni Novanta spaccò il clan dei Casalesi. Dopo la nascita della fazione guidata da Sebastiano Caterino, una lunga scia di sangue segnò il territorio. In quel contesto maturarono sia l’omicidio di Luigi Di Cicco sia quello di Vincenzo Maisto e Italo Venosa.

 

Gli inquirenti hanno ricostruito che il vero obiettivo fosse Maisto, ritenuto vicino al gruppo rivale e indicato come autore di diversi attacchi contro uomini della fazione Schiavone. Venosa si trovava con lui al momento dell’agguato e rimase vittima dell’azione criminale.

 

La ricostruzione accusatoria trovò conferma nelle dichiarazioni di numerosi collaboratori di giustizia, tra cui Carmine Schiavone e Giuseppe Quadrano, oltre che nei successivi riscontri forniti da Dario De Simone e dallo stesso Antonio Iovine.

 

Nel ricorso per la revisione, la difesa aveva richiamato le più recenti dichiarazioni di Cristina Maisto, sorella di una delle vittime e testimone oculare dell’agguato. La donna avrebbe manifestato dubbi sul riconoscimento dell’autore materiale del delitto, dichiarandosi disponibile a chiarire la vicenda davanti all’autorità giudiziaria.

 

Per la Cassazione, tuttavia, questi elementi non sono sufficienti a scardinare il quadro probatorio già consolidato. I giudici hanno evidenziato il notevole ritardo con cui sarebbero emersi tali dubbi e la mancanza di elementi certi sulla conversazione dalla quale sarebbero scaturite le nuove dichiarazioni. Inoltre, la Suprema Corte ha sottolineato come la condanna sia supportata da molteplici elementi accusatori, comprese le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e la latitanza intrapresa da De Luca subito dopo il duplice omicidio.

 

Per questi motivi il ricorso è stato definitivamente respinto, lasciando immutata la condanna all’ergastolo per il luogotenente del clan.

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