
SAN CIPRIANO D’AVERSA. Nuovo passaggio giudiziario nel procedimento collegato al boss Antonio Iovine, detto ‘o ninno. La quinta sezione penale della Corte di Cassazione, con la sentenza numero 14565 del 2026, ha esaminato i ricorsi presentati da diversi imputati, tra cui Renato Grasso, Armando e Giuseppe Di Chiara, oltre ad Anna Iovine ed Enrichetta Avallone, rispettivamente sorella e moglie del capoclan.
Il caso trae origine dalla decisione della Corte d’Appello di Napoli del gennaio 2025 che, in larga parte, aveva confermato le condanne di primo grado, soprattutto per quanto riguarda le misure patrimoniali. Gli imputati erano stati ritenuti coinvolti, a vario titolo, in attività legate alla criminalità organizzata, tra cui riciclaggio, reimpiego di capitali illeciti e condotte connesse al sistema dei videopoker e delle scommesse.
Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, il clan avrebbe continuato a operare anche durante la latitanza di Iovine, con una gestione fortemente incentrata sui legami familiari. Tra gli episodi contestati figura anche la costruzione di un edificio di cinque piani su un terreno riconducibile allo stesso boss, ritenuto frutto di investimenti illeciti.
Uno dei nodi centrali affrontati dalla Cassazione riguarda la confisca dei beni. La Suprema Corte ha evidenziato come, in diversi casi, non sia stata adeguatamente dimostrata l’origine criminale dei patrimoni, soprattutto quando gli acquisti risultavano antecedenti rispetto ai reati contestati. Per questo motivo è stata disposta la revoca della confisca per alcuni imputati, ritenendo carente il collegamento temporale tra i beni e le attività illecite.
Per Anna Iovine è stata dichiarata l’improcedibilità dell’azione penale in relazione all’accusa di violenza privata aggravata dal metodo mafioso, con conseguente restituzione dei beni sequestrati. Diversa la posizione di Enrichetta Avallone, per la quale la Cassazione ha disposto un nuovo giudizio limitatamente alla rideterminazione della pena.
Infine, i giudici hanno censurato la motivazione della Corte d’Appello, ritenuta non sufficientemente approfondita rispetto agli elementi forniti dalle difese, aprendo così la strada a nuove valutazioni nei successivi gradi di giudizio.

