
Casal di Principe/Valle di Suessola. Nuovo sviluppo giudiziario nell’inchiesta coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli sul presunto sistema di appalti pilotati legati alle attività di sanificazione e gestione dei rifiuti. L’indagine, esplosa nel settembre scorso con 17 misure cautelari tra carcere, domiciliari e obblighi di dimora tra Napoli, Caserta e Benevento, torna al centro dell’attenzione dopo la decisione del Tribunale del Riesame.
Al centro della vicenda resta la posizione di Nicola Ferraro, ex consigliere regionale ed imprenditore originario di Casal di Principe, già condannato in passato per concorso esterno in associazione camorristica. Dopo il primo stop del gip e la successiva scarcerazione disposta dal Riesame, la Procura antimafia – con il pm Maurizio Giordano – aveva presentato appello per diverse posizioni, tra cui quella dello stesso Ferraro e dell’ex consigliere regionale Luigi Bosco.
Il collegio del Riesame, composto da Angela Paolelli (presidente) insieme ai giudici Marina Cimma ed Emilia Di Palma, ha però ridimensionato in maniera significativa l’impianto accusatorio. In gran parte dei casi, infatti, l’appello è stato dichiarato inammissibile per carenza di specificità o a seguito di rinunce da parte della stessa accusa.
Per quanto riguarda Ferraro, i giudici sono entrati nel merito dell’ipotesi più grave, quella di associazione mafiosa, escludendo allo stato degli atti l’esistenza di elementi idonei a dimostrare un legame stabile con il clan dei Casalesi. Il quadro delineato, pur ritenuto serio, viene ricondotto a una presunta associazione per delinquere semplice finalizzata a reati come corruzione e turbativa d’asta, senza riconoscere la matrice mafiosa.
Analoga valutazione è stata estesa agli altri indagati – tra cui Antonio Moraca, Felice Foresta, Giuseppe e Luigi Rea, Paolo Verolla, Antonio Montanino, Carlo e Vittorio Ciummo, Angelo Ciampi, Domenico Raimo, Luigi Grimaldi e Amedeo Blasotti – per i quali è stato respinto il tentativo della Procura di ottenere nuove misure cautelari.
Determinanti, nella decisione, anche il tempo trascorso dai fatti (risalenti al 2021), lo stato avanzato delle indagini e la completezza del materiale probatorio già acquisito, elementi che secondo i giudici riducono il rischio di reiterazione dei reati e di inquinamento delle prove.
Resta dunque in piedi l’ipotesi di un sistema illecito negli appalti pubblici, ma senza quel salto di qualità verso la dimensione mafiosa ipotizzata inizialmente dall’accusa.

