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Autolavaggio conteso e pressioni tra caseifici, gli affari del clan svelati dal testimone

 

GRAZZANISE/SANTA MARIA CAPUA VETERE/SAN CIPRIANO D’AVERSA. Nuova udienza nel processo che ruota attorno al tentativo di riorganizzare il clan Mezzero di Grazzanise, ritenuto vicino al clan dei Casalesi. Davanti al collegio giudicante sono imputati Giuseppe Diana, 79 anni di San Cipriano d’Aversa, e Vincenzo Addario, 59 anni di Santa Maria Capua Vetere, accusati di estorsione aggravata dal metodo mafioso. Altri undici imputati hanno scelto il rito abbreviato, tra loro anche Antonio Mezzero.

A testimoniare è stato Enrico Coppola, imprenditore e titolare di un autolavaggio a Curti. L’uomo ha raccontato di aver deciso di concedere in gestione la propria attività e di aver avviato contatti con diversi potenziali interessati. Tra questi Alessandro Mezzero, che si presentò come collega, citando il caseificio  di San Prisco, mentre Coppola ne gestiva uno a Villa Literno.

Secondo quanto riferito in aula, agli incontri partecipò anche Vincenzo Addario, zio di Alessandro e commerciante di auto. Le riunioni si susseguirono, anche in videochiamata. L’idea prospettata prevedeva una sorta di sinergia: l’autolavaggio avrebbe lavorato anche per i veicoli della rivendita di Addario, con la possibilità di utilizzare il piazzale come area espositiva.

Il progetto però non andò in porto. Coppola aveva già scelto di affidare la gestione a un giovane ritenuto più affidabile. A quel punto, ha dichiarato il testimone, Giuseppe Diana si sarebbe presentato per sostenere la candidatura del parente dei Mezzero. Non una semplice sollecitazione, ma un avvertimento esplicito: se non avesse cambiato idea, avrebbe potuto subire conseguenze.

Coppola ha reagito contattando Alessandro Mezzero per lamentare l’episodio. Quest’ultimo, sempre secondo il racconto in aula, si sarebbe scusato e la vicenda si sarebbe chiusa lì.

Nel corso della deposizione è emerso anche il tema del peso del cognome Mezzero sul territorio. Un elemento che, alla luce delle contestazioni della Dda, si inserisce nel quadro accusatorio secondo cui vi sarebbe stato un tentativo di riaffermare un controllo economico e intimidatorio attraverso attività apparentemente lecite.

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