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Rolex, champagne e Gucci: la bella vita di giudici e avvocati dei falsi incidenti

 

Santa Maria Capua Vetere. Emerge un quadro fatto più di retroscena, abitudini consolidate e rapporti opachi che, secondo la Procura di Roma, per anni avrebbero trasformato gli uffici del Giudice di Pace di Santa Maria Capua Vetere in una sorta di sportello privilegiato per drenare risorse dalle compagnie assicurative. Non solo denaro contante, ma un vero e proprio catalogo del lusso: bottiglie pregiate di Champagne, gioielli firmati Cartier con brillanti, borse Gucci, Rolex, buoni spesa, viaggi e perfino dolci tipici sistemati in cornucopie di ceramica di alto valore.

Secondo gli atti, i benefici non sarebbero stati episodi isolati, ma contropartite ricorrenti per orientare sentenze e provvedimenti. I regali – o le percentuali sugli indennizzi, stimate tra il 10 e il 20 per cento – sarebbero stati il prezzo di un sistema che premiava chi garantiva esiti favorevoli. Al centro di questo meccanismo viene indicato l’avvocato Giuseppe Luongo, ritenuto il regista di una rete di sinistri mai avvenuti, costruiti con schemi ripetitivi: pedoni investiti sulle strisce, ciclisti coinvolti in incidenti “fotocopia”, assenza delle forze dell’ordine sul posto, testimoni con identità sovrapponibili.

Gli avvocati, secondo l’impostazione accusatoria, avrebbero curato l’intero iter dei falsi sinistri, mantenendo rapporti costanti sia con consulenti tecnici “di fiducia” sia con medici e legali delle assicurazioni, così da pilotare valutazioni e risarcimenti. In questo contesto si inserirebbero le posizioni dei giudici onorari Rodosindo Martone, Bruno Dursio e Maria Gaetana Fulgeri, destinatari di misure interdittive, mentre agli avvocati Michele Zagaria, Vincenzo Castaldo e Michele Chirico è stato contestato l’abuso sistematico della professione.

Un capitolo a parte riguarda Martone, descritto come legato a Luongo anche da rapporti personali, rafforzati – sempre secondo gli inquirenti – dalla vendita di auto a prezzi ritenuti fuori mercato. L’indagine si estende poi oltre le aule giudiziarie, toccando un concorso universitario: qui entrano in scena Elvira Merola, Giuseppe D’Amico e Michele D’Amico, per un presunto scambio di favori tra anticipazioni sugli esami e incarichi di consulenza.

Nel complesso, l’inchiesta – coordinata dal gip Angela Gerardi – disegna un sistema durato almeno un decennio, basato su consuetudini corruttive più che su singoli episodi, oggi al vaglio della magistratura. Tutti gli indagati hanno respinto le accuse nel corso delle indagini, fornendo le proprie versioni dei fatti.

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