
GRAZZANISE/CASAL DI PRINCIPE/SAN PRISCO. Sedici anni e mezzo di carcere complessivi per due uomini ritenuti vicini al clan dei Casalesi. È la sentenza pronunciata dalla seconda sezione del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, presieduta da Antonio Riccio, nei confronti di Giovanni Diana e Alessandro Mezzero, imputati per reati aggravati dal metodo mafioso.
I due, che hanno scelto il rito abbreviato condizionato, sono stati riconosciuti responsabili – a vario titolo – di associazione di tipo mafioso, estorsione e tentata estorsione. In particolare, il collegio giudicante ha inflitto 8 anni e 4 mesi di reclusione a Giovanni Diana e 7 anni e 8 mesi ad Alessandro Mezzero, nipote del boss Antonio Mezzero.
Nel corso della requisitoria, il sostituto procuratore della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, Vincenzo Ranieri, aveva avanzato richieste di condanna più severe: 12 anni per Mezzero e 10 anni per Diana. Le posizioni dei due imputati sono emerse nell’ambito di una vasta indagine condotta dai carabinieri del Nucleo Investigativo di Caserta su Antonio Mezzero, esponente di spicco del clan dei Casalesi.
Secondo gli inquirenti, il boss avrebbe ripreso un ruolo operativo subito dopo il ritorno in libertà nel 2022, al termine di una lunga detenzione durata circa 25 anni. Proprio nel monitoraggio delle sue attività sarebbe emerso il coinvolgimento diretto di Alessandro Mezzero, residente a San Prisco, e di Giovanni Diana, originario di Casal di Principe.
Ad Alessandro Mezzero, difeso dagli avvocati Alberto Martucci e Angelo Raucci, viene attribuito un ruolo stabile all’interno dell’organizzazione: avrebbe agito come intermediario dello zio nei rapporti con altri ambienti criminali, partecipando alle decisioni strategiche del gruppo e avvicinando imprenditori destinatari di pressioni estorsive.
Analoga contestazione è stata mossa a Giovanni Diana, assistito dagli avvocati Paolo Caterino e Camillo Irace, ritenuto referente del clan nell’area di Sant’Andrea del Pizzone. A suo carico anche un tentativo di estorsione legato alla vendita di un capannone industriale nel territorio di Francolise.
A Mezzero, infine, viene contestata una tentata estorsione finalizzata a favorire l’ingresso del boss nella gestione di un autolavaggio

