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Autolavaggio, bische e minacce: così il clan ha ripreso piede nella zona

GRAZZANISE/CAPUA. Nel processo che ruota attorno alla riorganizzazione di una nuova articolazione del clan dei Casalesi, l’udienza celebrata davanti alla seconda sezione del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere ha offerto nuovi elementi sulla fase investigativa che ha portato all’operazione dei carabinieri del 2024.

In aula ha deposto un sottufficiale del comando provinciale dell’Arma di Caserta, che ha ricostruito l’evoluzione dell’indagine avviata dopo la scarcerazione di Antonio Mezzero, figura storica della fazione Schiavone. L’attività investigativa ha preso forma nell’estate del 2022, quando gli investigatori hanno iniziato a registrare segnali di un riavvicinamento del boss ai suoi uomini di fiducia, con l’obiettivo di ricomporre un assetto criminale già collaudato in passato.

Secondo quanto illustrato in aula, intercettazioni telefoniche e ambientali, appostamenti e riprese video hanno consentito di individuare una rete operativa che faceva perno su soggetti storicamente legati a Mezzero e su familiari utilizzati come intermediari. Alcune abitazioni sarebbero state trasformate in luoghi di incontro riservati, dove venivano impartite indicazioni su estorsioni, furti e altre attività illecite, confermando un tentativo sistematico di rioccupazione del territorio.

Nel corso dell’udienza è stato approfondito anche il capitolo relativo a un’autofficina destinata al lavaggio auto, individuata come possibile attività “di facciata” per il reinserimento di Mezzero dopo la detenzione. L’iniziativa, secondo la ricostruzione investigativa, sarebbe nata dall’intento della moglie di allontanare il marito da circuiti criminali, ma si sarebbe presto trasformata in un nuovo fronte di pressione illecita. Il rifiuto del titolare a cedere l’attività avrebbe innescato una serie di condotte intimidatorie, con il coinvolgimento di soggetti ritenuti vicini al gruppo.

Nel procedimento sono imputati, tra gli altri, Vincenzo Addario e Giuseppe Diana, accusati a vario titolo di aver agevolato l’azione estorsiva e di aver svolto ruoli di collegamento. Durante l’udienza è emerso come Addario, pur non inserito formalmente nell’organigramma del clan, fosse perfettamente consapevole del contesto criminale e utilizzasse il nome Mezzero per rafforzare la propria posizione in ambienti illegali, comprese attività di gioco clandestino.

Le indagini hanno inoltre documentato la persistenza di bische abusive, anche dopo sequestri e interventi delle forze dell’ordine, con flussi di denaro che sarebbero confluiti verso il vertice del gruppo. Un sistema che, secondo l’accusa, dimostra la capacità del sodalizio di rigenerarsi rapidamente e di mantenere il controllo su più attività illecite.

L’operazione, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, ha interessato un’ampia area del Casertano, da Grazzanise a Santa Maria Capua Vetere, passando per Capua, Vitulazio e altri comuni. L’udienza si è conclusa con il rinvio al mese di febbraio, quando saranno ascoltati ulteriori testimoni di polizia giudiziaria.

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