Proiettile consegnato a don Patriciello, verdetto per il messaggero

Il Tribunale di Napoli Nord riconosce l’aggravante del metodo mafioso. Motivazioni attese entro 60 giorni

CAIVANO. Tre anni di reclusione, l’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni e il pagamento delle spese processuali. È la condanna inflitta ieri mattina dal Tribunale di Napoli Nord a Vittorio De Luca, imputato per gli atti persecutori ai danni di don Maurizio Patriciello, parroco del Parco Verde di Caivano.

Nel dispositivo, firmato dalla presidente Eleonora Pacchiarini, i giudici hanno riconosciuto l’aggravante del metodo mafioso prevista dall’articolo 416 bis.1 del codice penale, escludendo invece la recidiva reiterata. La pena comprende anche la confisca dell’ogiva sequestrata. La motivazione sarà depositata entro 60 giorni.

Il caso

La vicenda che portò all’arresto risale al 28 settembre 2025. Durante la messa nella chiesa di San Paolo Apostolo, De Luca consegnò al sacerdote un plico contenente un proiettile calibro 9×21. Fu bloccato poco dopo e arrestato. Secondo le prime ricostruzioni, quel gesto si inseriva in una condotta persecutoria; l’accusa contestò l’aggravante mafiosa in relazione al contesto e alla parentela dell’imputato, suocero di Domenico Ciccarelli, indicato come esponente del clan Ciccarelli-Sautto.

Il riconoscimento della piena capacità di intendere e di volere al momento dei fatti rappresenta uno dei passaggi centrali del verdetto. La difesa, rappresentata dall’avvocato  Gabriele Roberto Cerbo, potrebbe contestarlo in appello, richiamando le valutazioni psichiatriche emerse in precedenti procedimenti, nei quali De Luca sarebbe stato ritenuto affetto da patologie tali da incidere sulla sua responsabilità.

La questione, secondo gli appunti, è destinata a diventare uno dei punti principali del ricorso. La condanna arriva dopo un precedente episodio, nel giugno 2024, quando De Luca si avvicinò al sacerdote in chiesa con un coltello in tasca. Anche in quel caso intervennero le forze dell’ordine.

La parentela

La parentela con un esponente del clan, da sola, non equivale a un’accusa di appartenenza alla criminalità organizzata: nel procedimento definito ieri, la contestazione riguarda gli atti persecutori aggravati dal metodo mafioso. Il tribunale ha ritenuto provata questa aggravante, mentre la difesa si prepara a chiedere una nuova valutazione ai giudici di secondo grado. Fino al deposito delle motivazioni non sarà possibile conoscere nel dettaglio il percorso seguito dal collegio.

Segui Edizione Caserta

Resta aggiornato sulle principali notizie della provincia di Caserta. Segui Edizione Caserta per non perdere gli aggiornamenti su cronaca, attualità, politica e territorio.

Hai una segnalazione? Contattaci e raccontaci cosa sta accadendo nella tua zona.

Un click e sei sempre informato! Iscriviti al nostro canale WhatsApp per ricevere le news più importanti. Premi qui ed entra!

Exit mobile version