Dati su contagi diffusi via chat, scagionato ex infermiere

MARCIANISE. Assolto in appello perché «il fatto non costituisce reato». Si chiude con il ribaltamento della sentenza di primo grado la vicenda giudiziaria che vedeva imputato L.A., ex infermiere in servizio presso l’ospedale di Marcianise, difeso dall’avvocato Andrea Piccolo.

Il procedimento risaliva ai primi mesi dell’emergenza Covid. Secondo l’accusa, l’uomo avrebbe diffuso attraverso WhatsApp un messaggio audio contenente informazioni personali e relative allo stato di salute di una donna che era risultata positiva al coronavirus.

Nel messaggio, come riportato nel capo d’imputazione, venivano indicati il nome e il cognome della donna, riferimenti alla zona in cui abitava e soprattutto la circostanza della sua positività al Covid. Una diffusione che aveva portato alla contestazione del reato previsto dall’articolo 167 del decreto legislativo 196/2003, il Codice della Privacy.

La vicenda giudiziaria era scaturita da una denuncia-querela presentata il 16 maggio 2020. Il processo di primo grado si era celebrato davanti alla Terza Sezione Penale del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere. Il 5 marzo 2025 il giudice Alfano Rossi aveva pronunciato la sentenza, successivamente depositata, condannando l’ex infermiere a quattro mesi di reclusione.

La decisione è stata però impugnata dalla difesa. Ieri è arrivato il verdetto della Seconda Sezione della Corte di Appello, presieduta da Francesco Valentini, che ha ribaltato l’esito del primo grado.

Accogliendo la prospettazione difensiva dell’avvocato Andrea Piccolo, i giudici di secondo grado hanno assolto L.A. con la formula «perché il fatto non costituisce reato».

Una vicenda iniziata nel pieno della pandemia, quando la comunicazione della positività al Covid e la tutela dei dati sanitari rappresentavano questioni particolarmente delicate, e conclusasi ora con l’assoluzione dell’imputato.

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