
Santa Maria Capua Vetere. È entrato nella fase delle arringhe difensive il maxi processo sui fatti avvenuti il 6 aprile 2020 nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Davanti alla Corte d’Assise, presieduta da Claudia Picciotti, sono 101 gli imputati chiamati a rispondere, a vario titolo, delle contestazioni legate alle violenze sui detenuti.
Dopo la requisitoria della Procura e gli interventi delle parti civili, ieri è cominciato il primo blocco delle discussioni degli avvocati. Una ventina di difensori si alterneranno fino al primo ottobre, prima di lasciare spazio a un secondo gruppo.
L’accusa aveva terminato la propria requisitoria il 22 luglio con i pubblici ministeri Alessandro Milita, Daniela Pannone e Alessandra Pinto, formulando richieste di condanna che complessivamente raggiungono 766 anni di reclusione, con pene richieste fino a 21 anni per alcune posizioni.
Le difese puntano ora soprattutto sulla valutazione delle singole responsabilità. Uno dei nodi riguarda gli agenti presenti nei reparti durante l’intervento ma che, secondo i rispettivi legali, non avrebbero materialmente partecipato alle violenze. La semplice presenza, sostengono gli avvocati, non sarebbe sufficiente per attribuire automaticamente le condotte compiute da altri.
Altro fronte centrale è la qualificazione giuridica degli episodi e, in particolare, la configurabilità del reato di tortura. Le difese stanno inoltre concentrando l’attenzione sulle identificazioni degli agenti, evidenziando possibili errori nel riconoscimento da parte di alcuni detenuti.
Viene infine contestata l’ipotesi di un’azione riconducibile a una regia unitaria: secondo alcune ricostruzioni difensive, determinate condotte sarebbero state invece frutto di iniziative autonome.
Ieri sono intervenuti, tra gli altri, gli avvocati Massimo Trigari e Annamaria Miranda. Le arringhe proseguiranno nelle prossime udienze.

