In pensione a 64 anni: come funziona la proposta

NAZIONALE – Un nuovo tentativo di allargare la platea della pensione anticipata prende forma dalle parti della Lega, con la proposta avanzata dal sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon. L’idea è quella di estendere l’uscita a 64 anni anche ai lavoratori del sistema misto, ovvero a chi ha versamenti precedenti al 1° gennaio 1996 – sulla carta, tre anni di anticipo rispetto alla pensione di vecchiaia.

L’ipotesi allo studio del governo fissa i requisiti a 64 anni di età e 25 anni di contributi. Per accedervi, però, sarebbe necessario passare attraverso il ricalcolo dell’intera carriera con il metodo contributivo, che nel sistema misto oggi non si applica integralmente. Per attutire l’impatto sull’assegno minimo, l’esecutivo starebbe valutando di far confluire una quota del TFR in una rendita integrativa.

Per chi è già interamente nel sistema contributivo puro – con primo versamento dal 1996 in poi – la strada dei 64 anni esiste già, con 20 anni di contributi. Anche in questo caso, però, il paletto economico resta rigido: l’assegno maturato deve valere almeno tre volte l’assegno sociale, pari nel 2026 a 1.638,72 euro lordi mensili (soglia più bassa per le madri lavoratrici). Fino all’età di vecchiaia, inoltre, l’importo erogato non può superare cinque volte il minimo INPS.

I requisiti si irrigidiranno ulteriormente dal 2027, quando scatterà l’adeguamento alla speranza di vita: un mese in più, che porterà l’anticipata contributiva a 64 anni e 1 mese e la vecchiaia a 67 anni e 1 mese, mentre l’anticipata ordinaria richiederà 42 anni e 11 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 11 mesi per le donne. Nel 2028 lo scatto complessivo salirà a tre mesi: 64 anni e 3 mesi per l’anticipata contributiva, 67 anni e 3 mesi per la vecchiaia, 43 anni e 1 mese di versamenti per gli uomini e 42 anni e 1 mese per le donne nell’anticipata ordinaria.

Le simulazioni dell’Osservatorio Previdenza della CGIL individuano diverse criticità della proposta, concentrate soprattutto sulla soglia dei 1.638,72 euro mensili. Con 25 anni di contributi, quella cifra resta fuori portata per chi dichiara tra 20mila e 30mila euro lordi l’anno, e diventa raggiungibile solo con retribuzioni pari o superiori a 50mila euro. Prendendo come riferimento lo stipendio medio dei dipendenti privati italiani – 24.486 euro lordi annui – l’assegno non arriverebbe al minimo richiesto nemmeno con 40 anni di versamenti, e neanche il TFR trasformato in rendita basterebbe a colmare il divario. Simulando una carriera di 40 anni, di cui 9 prima del 1996 e 31 dopo, il passaggio al ricalcolo integralmente contributivo comporterebbe inoltre un taglio permanente dell’assegno rispetto al calcolo misto ordinario oggi in vigore.

Il quadro è destinato a restringersi ulteriormente: dal 2030 l’importo minimo per l’uscita anticipata passerà da 3 a 3,2 volte l’assegno sociale, alzando ancora il livello retributivo necessario per accedere alla pensione a 64 anni.

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