
CASAL DI PRINCIPE. Il caffè, simbolo delle abitudini quotidiane dei campani, sarebbe ancora oggi uno dei settori sui quali potrebbe concentrarsi l’interesse della criminalità organizzata. A riaccendere i riflettori sul business della distribuzione nei bar dell’Agro aversano sono le dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia Vincenzo D’Angelo, detto “Biscottino”, genero del boss ergastolano Francesco Bidognetti.
D’Angelo, che collabora con la giustizia da circa tre anni, avrebbe fornito agli inquirenti nuovi elementi mentre veniva ascoltato sulla cosca Russo, gruppo legato agli Schiavone e riconducibile a Giuseppe Russo, conosciuto come “Peppe ’o Padrino”, prossimo alla scarcerazione.
Nel corso delle sue dichiarazioni, il pentito avrebbe affrontato anche il tema della commercializzazione del caffè, indicando una specifica marca che, secondo la sua ricostruzione, sarebbe imposta ad alcuni esercizi dell’Agro aversano. Avrebbe inoltre fatto il nome della persona incaricata di proporre e collocare il prodotto nei locali.
Il giovane indicato dal collaboratore sarebbe vicino ad ambienti ritenuti collegati alla famiglia Russo e, in particolare, a un uomo di quasi quarant’anni coinvolto in un’indagine perché considerato fiancheggiatore di Costantino Russo. Quest’ultimo, figlio di Giuseppe Russo, era stato arrestato nel luglio scorso con l’accusa di guidare il gruppo criminale in attesa del ritorno in libertà del padre. Costantino Russo è stato poi trovato morto in carcere alcune settimane fa, dopo aver intrapreso un percorso di collaborazione con la giustizia.
Le indicazioni fornite da D’Angelo restano dichiarazioni di un collaboratore e dovranno quindi essere sottoposte alle verifiche degli investigatori. Sarà necessario accertare l’esistenza di eventuali riscontri e stabilire se dietro la distribuzione del caffè vi sia realmente un interesse riconducibile alla criminalità organizzata.
Gli elementi potrebbero essere approfonditi dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli, nell’ambito degli accertamenti sugli interessi economici dei clan casertani.
Se il racconto trovasse conferma, mostrerebbe ancora una volta come gli interessi criminali possano inserirsi anche nei consumi più ordinari. Una rete costruita non attraverso grandi operazioni commerciali, ma partendo dai banconi dei bar e da migliaia di tazzine vendute ogni giorno.

