Il mistero dell’arsenale scomparso, la decisione per l’ex affiliato

 

Aversa. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso presentato da Armando Diana, 45enne di Aversa ed ex affiliato al clan dei Casalesi, confermando la decisione adottata dal Tribunale di sorveglianza dell’Aquila. Al centro del procedimento c’era la richiesta di riconoscere l’impossibilità o l’inesigibilità di una collaborazione con la giustizia, passaggio che può assumere rilievo per l’accesso ad alcuni benefici penitenziari nei casi riguardanti reati ostativi.

 

A pronunciarsi è stata la Prima sezione penale della Suprema Corte, che ha giudicato infondate le argomentazioni avanzate dalla difesa.

 

Secondo i legali del 45enne, la presenza di una sentenza ormai definitiva e il completo accertamento delle responsabilità avrebbero dovuto essere sufficienti per riconoscere l’impossibilità di fornire un ulteriore contributo investigativo. Una posizione che non ha convinto i giudici.

 

Un altro punto contestato riguardava il ruolo attribuito a Diana all’interno dell’organizzazione criminale. La difesa aveva messo in discussione la ricostruzione che lo indicava come soggetto impegnato nella gestione di questioni economiche e nella custodia delle armi, sostenendo inoltre che non ci fossero altri aspetti da chiarire.

 

Per la Cassazione, però, resta centrale proprio la vicenda delle armi. Nel provvedimento viene richiamata la sentenza della Corte d’Appello di Napoli del 20 marzo 2023, relativa alle contestazioni per partecipazione al clan dei Casalesi e ad altri reati aggravati dal metodo e dalle finalità mafiose.

 

Secondo quanto evidenziato dalla Suprema Corte, le armi oggetto delle contestazioni per le quali è arrivata una condanna definitiva non sono mai state recuperate. Una circostanza ritenuta significativa anche alla luce del collegamento tra la disponibilità dell’arsenale e l’attività dell’organizzazione camorristica nell’area di Casal di Principe.

 

Nella ricostruzione giudiziaria, Diana avrebbe inoltre fornito il proprio contributo alle attività del clan nel settore della distribuzione dei prodotti caseari e avrebbe custodito armi per conto del gruppo.

 

Per i giudici, dunque, non ci sono le condizioni per considerare definitivamente esaurita ogni possibilità di una collaborazione utile sui fatti già oggetto della condanna. Da qui la conferma della decisione del Tribunale di sorveglianza.

 

Il ricorso è stato quindi rigettato e Diana è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali.

 

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