Casalesi e banche cinesi, nuovo sistema per ripulire i milioni

 

Casal di Principe. Il denaro della camorra viaggia sempre meno nelle valigette e sempre più attraverso circuiti finanziari internazionali difficili da ricostruire. Le ultime inchieste condotte dalla Guardia di Finanza mostrano un fenomeno che interessa direttamente il Casertano: il ricorso al cosiddetto “underground banking”, una sorta di sistema bancario parallelo nel quale assumono un ruolo anche intermediari cinesi.

 

A confermare questa evoluzione è soprattutto l’indagine coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli che lo scorso 17 luglio ha portato a un sequestro superiore a 21 milioni di euro nei confronti di sette indagati. Secondo l’ipotesi investigativa, il gruppo, con base nella provincia di Caserta, avrebbe creato e monetizzato crediti d’imposta inesistenti derivanti dai bonus edilizi con l’obiettivo di agevolare il clan dei Casalesi, fazione Schiavone. Le accuse, ancora da verificare nel corso del procedimento, comprendono associazione per delinquere, riciclaggio e autoriciclaggio aggravati dalla finalità mafiosa.

 

Il meccanismo ricostruito dagli investigatori era particolarmente articolato. Attraverso persone compiacenti sarebbero state acquisite le credenziali Spid necessarie per gestire le pratiche fiscali e i relativi crediti. Una volta monetizzate le somme, entravano in scena anche i “corrieri”, incaricati di movimentare il contante e consegnarlo agli organizzatori.

 

Ma è sul versante del riciclaggio che emerge il collegamento con la Cina. Parte dei proventi sarebbe transitata attraverso rapporti bancari nazionali ed esteri fino a raggiungere conti finanziari cinesi. Il denaro sarebbe poi rientrato nella disponibilità del gruppo attraverso compensazioni informali rese possibili dalla disponibilità di grandi quantità di contante da parte di intermediari cinesi. Un sistema che consente di spostare valore senza far necessariamente viaggiare fisicamente lo stesso denaro lungo tutto il percorso.

 

I capitali sarebbero stati successivamente trasformati anche in patrimonio reale. Nel mirino degli investigatori sono finiti beni mobili e immobili nel Casertano, in particolare tra Trentola Ducenta e Castel Volturno, alcuni intestati a prestanome. Tra quanto sequestrato figurano un’imbarcazione di quasi dieci metri con due motori fuoribordo, due automobili, una motocicletta e crediti fiscali ancora disponibili.

 

Il quadro diventa ancora più significativo se affiancato a un’altra maxi inchiesta della Procura di Napoli, resa nota il 22 luglio, anche questa incentrata sull’underground banking. In quel procedimento risultano 31 indagati e un sequestro superiore a 21 milioni di euro. Secondo gli investigatori, attraverso un sistema basato su fatture per operazioni inesistenti sarebbero stati trasferiti all’estero circa 134 milioni di euro: 51 milioni verso la Germania, 39 milioni in Irlanda, 20 milioni in Cina, 6 milioni in Danimarca e altri 18 milioni distribuiti tra diversi Paesi europei.

 

Sono due procedimenti distinti, ma fotografano una trasformazione comune: le organizzazioni criminali e i sistemi economico-finanziari illegali puntano su reti transnazionali, società, conti esteri e circuiti paralleli capaci di rendere sempre più complessa la tracciabilità del denaro.

 

Per gli investigatori la sfida, quindi, non si combatte più soltanto nelle tradizionali roccaforti dei Casalesi. Parte dalla provincia di Caserta, attraversa imprese e piattaforme finanziarie e può arrivare dall’altra parte del mondo prima che il denaro ritorni, ripulito o trasformato, nel territorio d’origine.

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