
NAZIONALE – Il “batterio mangiacarne” torna spesso agli onori della cronaca, soprattutto in estate. Il nome genera confusione perché fa immaginare un unico microrganismo responsabile, ma in realtà si tratta di una categoria di batteri diversi, capaci di provocare la fascite necrotizzante – un’infezione rara ma estremamente pericolosa dei tessuti molli, che si diffonde rapidamente lungo i tessuti sottocutanei e le fasce che circondano muscoli, nervi e vasi sanguigni.
Il nome è in realtà fuorviante: questi batteri non “mangiano” letteralmente la carne, ma producono tossine ed enzimi che scatenano una violenta reazione infiammatoria, capace di danneggiare pelle, tessuti sottocutanei e persino i piccoli vasi sanguigni, compromettendo l’apporto di ossigeno e nutrienti alle cellule circostanti. Nei casi più gravi l’infezione può evolvere in shock settico e insufficienza multiorgano.
Non esiste un unico responsabile: la fascite necrotizzante può essere causata da un solo batterio o da più microrganismi insieme. Tra i più conosciuti c’è lo Streptococcus pyogenes, lo stesso responsabile di alcune faringiti comuni, insieme a Staphylococcus aureus, specie di Clostridium e diversi batteri Gram-negativi.
Un caso particolare è quello del Vibrio vulnificus, presente naturalmente nelle acque marine o salmastre calde – riscontrato anche nello stretto di Messina, tra Sicilia e Calabria. In determinate condizioni può provocare gravi infezioni delle ferite, soprattutto in persone con specifici fattori di rischio.
Nella maggior parte dei casi, il batterio raggiunge i tessuti attraverso ferite, tagli anche poco evidenti, lesioni chirurgiche o traumi della pelle. Durante l’estate, particolare attenzione va posta all’esposizione di ferite aperte all’acqua marina o salmastra: non significa che fare il bagno comporti automaticamente il rischio di infezione – si tratta di episodi rari, con un rischio diverso da persona a persona. L’infezione può avere anche origine alimentare, legata al consumo di ostriche, cozze o frutti di mare contaminati.
Nelle fasi iniziali, la fascite necrotizzante può essere confusa con una normale infezione cutanea. Il segnale da non sottovalutare è un dolore molto intenso e sproporzionato rispetto al tipo di lesione, accompagnato da gonfiore, arrossamento, cute calda e dolente, rapido coinvolgimento delle aree circostanti, febbre alta e malessere generale. Se l’infezione progredisce senza intervento medico, possono comparire bolle, alterazioni della colorazione della pelle, aree di necrosi diffuse e, nei casi più avanzati, ipotensione e sepsi.
Chi riconosce questi sintomi dovrebbe richiedere una valutazione medica urgente senza temporeggiare.
L’infezione può colpire anche persone sane, ma il rischio aumenta in caso di diabete, malattie croniche, età avanzata o problemi vascolari. Il trattamento richiede il ricovero ospedaliero immediato, con antibiotici endovenosi ad ampio spettro e, soprattutto, il debridement chirurgico – l’asportazione rapida dei tessuti infetti e necrotici, spesso con più interventi successivi.
Non tutte le forme sono prevenibili, ma disinfettare adeguatamente tagli e abrasioni resta il primo passo per limitare il rischio. Chi ha ferite esposte dovrebbe prestare particolare attenzione in ambienti potenzialmente contaminati, e non ignorare mai una ferita che diventa rapidamente più dolorosa, gonfia o arrossata, soprattutto se accompagnata da febbre.

