Russo era il figlio di Giuseppe Russo, conosciuto come “Peppe ’o Padrino”, storico esponente del clan dei Casalesi nell’area del litorale domizio, detenuto da circa 22 anni in regime di 41 bis. Il 35enne era stato arrestato lo scorso 7 luglio nell’ambito di un’operazione della Direzione investigativa antimafia che aveva coinvolto complessivamente 23 persone. Tra gli indagati figurava anche il fratello Nohak, di 23 anni.
Circa una settimana dopo l’ingresso in carcere, Costantino Russo avrebbe manifestato l’intenzione di collaborare con la giustizia e di interrompere definitivamente i rapporti con l’ambiente criminale nel quale era cresciuto.
Una scelta particolarmente delicata, seguita quasi immediatamente da un primo tentativo di suicidio. Il 17 luglio, appena un giorno dopo aver comunicato la propria volontà di parlare con i magistrati, Russo avrebbe cercato di togliersi la vita all’interno dell’istituto penitenziario. In quella circostanza l’intervento della Polizia Penitenziaria riuscì a evitare il peggio.
Il secondo episodio si è verificato lunedì sera, poco prima della mezzanotte, all’interno della cella del padiglione T2 del carcere di Secondigliano, dove il detenuto si trovava in isolamento.
Secondo la prima ricostruzione, Russo si sarebbe impiccato alla grata della finestra utilizzando alcuni lacci. Gli agenti penitenziari e il personale sanitario del 118 hanno tentato a lungo di rianimarlo, ma ogni manovra si è rivelata inutile.
Durante il sopralluogo, gli investigatori avrebbero trovato una lettera indirizzata alla moglie e ai figli, contenente saluti e parole di scuse. Nella cella è stato inoltre rinvenuto un quaderno con alcuni appunti riguardanti il percorso di collaborazione con la giustizia.
Il materiale è stato immediatamente sequestrato e sarà esaminato dagli inquirenti per verificare l’eventuale presenza di elementi utili alle indagini. La cella nella quale era ristretto il 35enne, secondo quanto emerso, non sarebbe stata dotata di videosorveglianza.
Nel carcere sono intervenuti il magistrato di turno della Direzione distrettuale antimafia, Alessandra Converso, il medico legale, gli specialisti della Polizia Scientifica e gli agenti della Squadra Mobile di Napoli. La salma è stata sequestrata e trasferita a disposizione dell’autorità giudiziaria, che dovrà decidere se procedere con l’esame autoptico.
La morte di Costantino Russo arriva nella fase iniziale e più delicata della sua possibile collaborazione. Il 35enne aveva infatti compiuto alcuni atti considerati compatibili con la scelta di intraprendere il percorso previsto per i collaboratori di giustizia. Avrebbe rinunciato al ricorso davanti al Tribunale del Riesame, revocato i precedenti difensori di fiducia e nominato un avvocato con esperienza nell’assistenza ai collaboratori.
La notizia della sua decisione di parlare con i magistrati era cominciata a circolare sul web già prima della fine di luglio. Non è escluso che, in quel momento, non fossero ancora state completate le procedure necessarie per l’eventuale protezione o il trasferimento dei familiari, misure che devono comunque essere accettate dagli interessati.
Russo avrebbe manifestato l’intenzione di riferire sulle più recenti dinamiche della fazione riconducibile alla sua famiglia, storicamente vicina al gruppo degli Schiavone. Le sue dichiarazioni avrebbero potuto riguardare i rapporti tra gli esponenti detenuti e quelli ancora liberi, gli interessi economici del sodalizio e i nuovi equilibri criminali sul litorale domizio.
La collaborazione, tuttavia, era ancora agli inizi. Sarebbe spettato alla Procura verificare l’attendibilità, la completezza e la rilevanza delle informazioni fornite, oltre all’effettiva volontà dell’uomo di contribuire pienamente alle indagini.
Secondo l’impostazione accusatoria dell’ultima inchiesta, Costantino Russo sarebbe stato uno dei principali punti di riferimento della fazione. Gli inquirenti gli contestavano un ruolo nella gestione e nella distribuzione delle somme provenienti dalle attività illecite, nel sostegno economico alle famiglie dei detenuti e nei collegamenti tra gli esponenti del clan in carcere e quelli operativi sul territorio.
Avrebbe inoltre curato, sempre secondo l’accusa, una rete di intestazioni fittizie e di investimenti in attività commerciali. Nell’operazione erano finiti sotto la lente degli investigatori diversi locali, tra cui il Bar Miramare, lo Chalet del Mare, il Conca Beach, La Scimmietta Bis e il New Crazy Horse.
Le indagini avevano interessato anche presunti investimenti in un negozio di articoli sportivi, in un centro estetico, nell’acquisizione di quote della Nereo Club e in attività legate al traffico di sostanze stupefacenti.
La morte del 35enne interrompe dunque un percorso investigativo appena avviato. Resta ora da comprendere quale fosse il contenuto delle sue prime dichiarazioni e se gli appunti sequestrati nella cella possano fornire elementi utili per ricostruire le ragioni del gesto e le informazioni che Russo intendeva consegnare alla magistratura.
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