Il welfare del clan: messaggi segreti dal carcere attraverso telefoni illegali e avvocati

CASAPESENNA. Non soltanto estorsioni, armi o intimidazioni. Nell’inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli sulla presunta riorganizzazione della fazione Zagaria emerge un altro aspetto ritenuto centrale dagli investigatori: la gestione dei rapporti con i detenuti e con le loro famiglie, un sistema che, secondo l’accusa, avrebbe permesso di mantenere saldo il legame tra chi era in carcere e l’organizzazione all’esterno.

È questo uno dei retroscena più significativi dell’indagine che ha portato all’esecuzione delle misure cautelari nei confronti di Costantino Garofalo, dei fratelli Raffaele e Aldo Nobis e di altri cinque indagati, chiamati a rispondere, a vario titolo, di associazione mafiosa, estorsione, pubblica intimidazione con armi ed esplosivi, detenzione illegale di armi, concorrenza illecita e minacce. Tutte contestazioni che dovranno essere accertate nel corso del procedimento.

Secondo la ricostruzione della Dda, Garofalo avrebbe ricoperto un ruolo particolarmente delicato: quello di punto di riferimento per i detenuti ritenuti vicini alla cosca e per i loro familiari. Non solo sostegno economico, ma anche ricerca di opportunità lavorative utili ad agevolare l’accesso ai benefici penitenziari e gestione di comunicazioni riservate provenienti dagli istituti di pena.

Tra gli episodi richiamati dagli investigatori figura quello che coinvolge Aldo Nobis. Nel marzo 2024 la moglie del detenuto, estranea all’inchiesta, avrebbe chiesto a Garofalo di individuare un’attività lavorativa che consentisse al marito di ottenere misure alternative alla detenzione. Successivamente Nobis sarebbe stato ammesso all’affidamento in prova e autorizzato a lavorare in un ristorante. Gli accertamenti, tuttavia, non avrebbero evidenziato alcun collegamento tra il titolare dell’esercizio commerciale e Garofalo.

I ruoli

Ancora più significativo, per gli inquirenti, sarebbe quanto avvenuto nel marzo 2025. Maddalena Palazzo, non indagata, madre di Raffaele Papa e moglie di Antonio Papa, detenuti nel carcere di Carinola per un omicidio e un tentato omicidio commessi a Follonica, avrebbe cercato un incontro riservato con Garofalo. A indirizzarla sarebbero stati, secondo quanto emerge dagli atti, alcuni detenuti dello stesso penitenziario. Il contenuto della richiesta non sarebbe mai stato affrontato al telefono, particolare ritenuto dagli investigatori indicativo della natura riservata del colloquio.

Ma il dettaglio più delicato riguarda le comunicazioni provenienti direttamente dal carcere. Nell’aprile scorso, sempre secondo l’ipotesi accusatoria, Garofalo avrebbe ricevuto messaggi inoltrati attraverso un telefono cellulare introdotto illegalmente nella casa circondariale di Santa Maria Capua Vetere. Un detenuto avrebbe fatto da tramite per un compagno di cella che chiedeva denaro e sostegno economico, sostenendo di essere finito in carcere dopo aver agito nell’interesse di altri appartenenti al gruppo.

Dalle conversazioni intercettate emergerebbe anche la preoccupazione che l’uomo, qualora fosse stato lasciato senza assistenza, potesse decidere di parlare con gli investigatori. Per questo motivo Garofalo avrebbe affidato a una persona di fiducia la gestione dei contatti, evitando telefonate dirette e predisponendo, secondo la Dda, un sistema di comunicazioni affidato anche a un legale, incaricato di far arrivare all’interno del carcere indicazioni e riscontri. Nelle stesse interlocuzioni si farebbe riferimento a somme di denaro già consegnate alla madre del detenuto e ad altri importi destinati all’avvocato.

Per gli investigatori, il cosiddetto “welfare” del clan non rappresenterebbe soltanto un aiuto economico, ma uno strumento per preservare fedeltà, silenzi e rapporti di forza anche durante la detenzione, mantenendo aperto un filo costante tra le celle e l’organizzazione operativa sul territorio. Resta una ricostruzione accusatoria che sarà sottoposta al vaglio dell’autorità giudiziaria nei successivi gradi del procedimento.

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