Telefonate con uomini del clan, ribaltone per la confisca all’imprenditore

CASAL DI PRINCIPE. La vicenda giudiziaria relativa alle misure di prevenzione patrimoniali nei confronti dell’imprenditore Vincenzo Zangrillo registra un nuovo sviluppo. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso presentato dalla difesa, annullando la decisione con cui era stata confermata la confisca dei beni e disponendo un nuovo esame da parte dei giudici di merito.

Nel provvedimento, la Suprema Corte ripercorre le principali tappe del procedimento, nato dalla decisione del Tribunale di Latina che aveva applicato nei confronti dell’imprenditore la sorveglianza speciale e disposto la confisca di società, immobili e altri beni ritenuti riconducibili a lui e ai suoi familiari.

Tra gli elementi richiamati nella sentenza figurano anche le risultanze investigative che avevano evidenziato presunti rapporti con persone considerate vicine al clan dei Casalesi. In particolare vengono ricordate alcune intercettazioni telefoniche che, secondo l’accusa, avrebbero fatto emergere contatti con Nicola Schiavone ed Ettore Mendico. Circostanze che avevano contribuito alla valutazione della presunta pericolosità sociale dell’imprenditore nell’ambito del procedimento di prevenzione.

La Cassazione ricorda inoltre che nel corso degli anni sono stati esaminati diversi episodi giudiziari riguardanti ipotesi di ricettazione, riciclaggio, reati fiscali, contrabbando di tabacchi e traffico di automezzi. Alcune vicende si sono concluse con condanne, altre con esiti differenti o con archiviazioni, aspetti che hanno alimentato il lungo contenzioso.

Non è la prima volta che la Suprema Corte interviene sulla vicenda. In passato erano già stati pronunciati tre annullamenti con rinvio, ritenendo non adeguatamente motivata la decisione della Corte d’Appello di Roma in merito sia alla valutazione della pericolosità sociale sia alla presunta sproporzione tra il patrimonio accumulato e i redditi leciti.

Anche questa volta i giudici hanno evidenziato la necessità di ulteriori approfondimenti, ritenendo ancora carente la motivazione su aspetti centrali del procedimento, tra cui l’individuazione del periodo di presunta pericolosità sociale, la determinazione degli eventuali profitti illeciti e il loro collegamento con i beni oggetto della confisca.

Il procedimento, quindi, resta aperto e sarà nuovamente esaminato dalla Corte d’Appello, che dovrà pronunciarsi attenendosi ai principi indicati dalla Corte di Cassazione.

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