Emergenza 118, perché al Sud l’ambulanza impiega più tempo: il divario che divide ancora l’Italia

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Dalla geografia alla carenza di personale, ecco perché i tempi di intervento cambiano da una regione all’altra

Quando si chiama il 112 o il 118, nessuno pensa alle competenze delle Regioni, ai piani sanitari o all’organizzazione delle centrali operative. In quei momenti conta una sola cosa: vedere arrivare i soccorsi nel minor tempo possibile. Eppure, in Italia, il tempo necessario perché un’ambulanza raggiunga il paziente può cambiare in modo significativo a seconda del territorio in cui ci si trova.

Non si tratta di un malfunzionamento del sistema di emergenza, che ogni giorno gestisce migliaia di interventi salvando vite umane. La differenza nasce da un insieme di fattori che rendono ogni regione diversa dall’altra. Ci sono aree metropolitane dove le postazioni del 118 sono distribuite in modo capillare e zone montane o interne in cui raggiungere un’abitazione richiede inevitabilmente più tempo. A incidere, però, non è soltanto la geografia.

Secondo gli ultimi dati disponibili del Ministero della Salute, la media nazionale del tempo che intercorre tra la chiamata e l’arrivo del primo mezzo di soccorso si aggira intorno ai diciannove minuti. Un valore che, osservato nel dettaglio, racconta però un Paese che procede a velocità differenti.

Le performance migliori si registrano nella Provincia autonoma di Bolzano e in Emilia-Romagna, dove il tempo medio è di circa quindici minuti. Seguono Friuli Venezia Giulia, Liguria e Toscana, mentre la Lombardia si mantiene poco sopra questi valori. Nella parte centrale della classifica si collocano Veneto, Marche, Piemonte e Trentino.

Scendendo verso il Mezzogiorno, invece, i tempi iniziano ad aumentare. Puglia, Umbria e Lazio superano la soglia dei venti minuti, mentre Campania, Molise e Sicilia si attestano intorno ai ventitré. Ancora più lunghi risultano gli interventi in Sardegna, Basilicata e Calabria, dove la media arriva a sfiorare la mezz’ora.

Numeri che potrebbero far pensare a un sistema sanitario diviso in due. In realtà la lettura è più complessa. Non si può confrontare una grande città con un piccolo comune dell’Appennino o con un centro dell’entroterra calabrese. Le distanze, la conformazione del territorio e la distribuzione della popolazione incidono inevitabilmente sui tempi di percorrenza. Tuttavia, gli esperti concordano sul fatto che questi elementi non siano sufficienti a spiegare da soli il divario tra Nord e Sud.

Non è solo una questione di chilometri

Negli ultimi anni il servizio di emergenza-urgenza è cambiato profondamente. L’ambulanza non è più soltanto il mezzo che trasporta il paziente verso l’ospedale più vicino, ma rappresenta il primo anello della catena delle cure.

Oggi molti mezzi sono dotati di apparecchiature che consentono di eseguire un elettrocardiogramma direttamente sul luogo dell’intervento, monitorare i parametri vitali e trasmettere i dati ai reparti specialistici prima ancora dell’arrivo in ospedale. In caso di infarto o ictus, questa organizzazione permette ai medici di prepararsi con anticipo e ridurre i tempi necessari per iniziare le cure.

Ma perché tutto questo funzioni servono investimenti costanti, tecnologie aggiornate e personale qualificato. È proprio qui che emergono alcune delle differenze più evidenti tra le varie realtà italiane.

Non tutte le regioni dispongono dello stesso numero di medici dell’emergenza, infermieri specializzati, autisti-soccorritori e mezzi avanzati. Negli ultimi anni molte aziende sanitarie hanno dovuto fare i conti con pensionamenti, difficoltà nel reperire nuovi professionisti e turni sempre più complessi da coprire.

A tutto questo si aggiunge il problema del sovraffollamento dei Pronto soccorso. Un’ambulanza che resta impegnata a lungo in attesa di affidare il paziente ai sanitari dell’ospedale non può essere destinata a una nuova emergenza. Di conseguenza, anche l’intera rete territoriale rischia di rallentare, soprattutto nelle giornate di maggiore affluenza.

La Campania accelera, ma il divario dei tempi dell’ambulanza in Italia restano una sfida

Anche la Campania, negli ultimi anni, ha avviato un percorso di riorganizzazione della rete dell’emergenza. Le Aziende sanitarie hanno investito nel rinnovo del parco mezzi, nell’ammodernamento delle centrali operative e nel potenziamento delle tecnologie di bordo. In diverse realtà è stata rafforzata anche la collaborazione con l’elisoccorso e con le reti tempo-dipendenti dedicate a infarto, ictus e trauma maggiore.

Nonostante questi passi avanti, il territorio continua a fare i conti con criticità che non possono essere risolte nel giro di pochi mesi. La carenza di personale sanitario resta uno dei principali ostacoli. Medici dell’emergenza, infermieri e autisti-soccorritori rappresentano figure sempre più difficili da reperire e questo incide inevitabilmente sull’organizzazione dei turni e sulla distribuzione dei mezzi sul territorio.

A rendere ancora più complessa la gestione delle emergenze è anche la conformazione della regione. Accanto ai grandi centri urbani convivono aree interne, piccoli comuni e territori montani dove i tempi di percorrenza sono inevitabilmente più lunghi. Durante la stagione estiva, inoltre, l’aumento della popolazione nelle località turistiche e il traffico intenso possono mettere ulteriormente sotto pressione il sistema.

Gli esperti, però, invitano a non leggere questi dati come una semplice classifica tra regioni virtuose e regioni in difficoltà. Ogni realtà presenta caratteristiche diverse e richiede modelli organizzativi costruiti sulle esigenze del territorio. L’obiettivo non è avere lo stesso numero di ambulanze ovunque, ma garantire ai cittadini la possibilità di ricevere cure tempestive indipendentemente dal luogo in cui si trovano.

 Investire nell’emergenza significa investire nella vita: importante i tempi dell’ambulanza in Italia

Il dibattito sui tempi di intervento non riguarda soltanto i minuti segnati da un cronometro. Dietro ogni chiamata al 118 c’è una persona che sta vivendo uno dei momenti più difficili della propria vita e che ha bisogno di una risposta rapida, efficace e coordinata.

Per questo motivo gli operatori del settore chiedono da tempo un rafforzamento dell’intero sistema. Non bastano nuove ambulanze se poi mancano gli equipaggi. Allo stesso modo, acquistare tecnologie avanzate serve a poco se non vengono accompagnate da formazione continua e da un’organizzazione capace di sfruttarne tutte le potenzialità.

Tra le priorità indicate dagli esperti ci sono l’incremento del personale, una maggiore integrazione tra centrali operative e ospedali, la diffusione della telemedicina e sistemi di geolocalizzazione sempre più efficienti. Anche la condivisione delle migliori esperienze maturate nelle diverse regioni potrebbe contribuire a ridurre le distanze che ancora oggi caratterizzano il servizio di emergenza nazionale.

L’Italia dispone di professionisti altamente qualificati che ogni giorno operano in condizioni spesso complesse, garantendo assistenza a milioni di cittadini. È grazie al loro lavoro che il sistema dell’emergenza continua a rappresentare un presidio fondamentale della sanità pubblica.

Ridurre il divario tra Nord e Sud, però, resta una delle sfide più importanti dei prossimi anni. Non significa cancellare le differenze geografiche, che continueranno inevitabilmente a influenzare i tempi di percorrenza, ma fare in modo che nessun territorio resti indietro a causa di carenze organizzative o strutturali.

Quando si compone il numero dell’emergenza, infatti, nessuno dovrebbe chiedersi quanto tempo impiegherà un’ambulanza ad arrivare in base alla regione in cui vive. La qualità del soccorso rappresenta un diritto che deve essere garantito a tutti, con gli stessi standard di efficienza e sicurezza. Ridurre le disuguaglianze significa salvare più vite e rafforzare la fiducia dei cittadini in uno dei servizi più importanti del nostro sistema sanitario.

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