
L’8 luglio, durante la requisitoria nel maxi processo sulle violenze nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, la pubblico ministero Alessandra Pinto ha ricordato con commozione la storia di Fakhri Marouane, detenuto morto dopo essersi dato fuoco nel 2023
L’udienza dell’8 luglio ha segnato uno dei momenti più intensi dell’intero maxi processo sulle violenze avvenute il 6 aprile 2020 nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Non è stata una giornata come le altre. Le parole pronunciate dalla pubblico ministero Alessandra Pinto hanno trasformato l’aula di tribunale in un luogo di profonda riflessione, riportando al centro della vicenda non soltanto i fatti contestati agli imputati, ma soprattutto la storia umana di Fakhri Marouane.
Il giovane detenuto di origine marocchina è diventato il volto simbolo di una vicenda che continua a interrogare le istituzioni e l’opinione pubblica. Durante la requisitoria, la magistrata ha ricostruito il suo percorso personale con evidente emozione, fino a interrompersi per qualche istante, sopraffatta dal ricordo.
Fakhri Marouane era tra i detenuti coinvolti nei pestaggi avvenuti nel reparto Nilo dell’istituto penitenziario campano. Successivamente venne trasferito nel carcere di Pescara, dove nel maggio del 2023 si diede fuoco. Dopo settimane di ricovero al Policlinico di Bari, morì a causa delle gravissime ustioni riportate.
Un percorso di riscatto interrotto dalla tragedia
Nel corso della requisitoria, Alessandra Pinto ha voluto raccontare chi fosse Fakhri oltre il fascicolo processuale. Ha ricordato un uomo che aveva riconosciuto i propri errori e che aveva deciso di cambiare strada, affidandosi proprio allo Stato italiano.
Secondo quanto ricostruito in aula, il giovane aveva intrapreso un autentico percorso di rieducazione. Frequentava la scuola, seguiva corsi di scrittura e studiava con determinazione. Nel carcere di Pescara riuscì persino a conseguire il diploma, dimostrando la volontà concreta di costruire un futuro diverso.
La pubblico ministero ha spiegato che Fakhri le aveva confidato più volte il proprio pentimento. Aveva ammesso le responsabilità del passato, ma continuava a credere che il sistema penitenziario potesse offrirgli una possibilità di rinascita.
Per questo motivo hanno colpito profondamente le parole pronunciate durante la requisitoria.
«Fakhri non era un santo, ma aveva fiducia nello Stato italiano», ha ricordato la magistrata, aggiungendo che proprio quella fiducia sarebbe stata tradita da alcuni rappresentanti delle istituzioni.
Sono affermazioni che hanno lasciato il segno nell’aula e che sintetizzano il significato più profondo del processo in corso.
Le immagini dei pestaggi e il peso del processo per la morte di Fakhri Marouane
L’emozione è diventata ancora più forte quando, durante l’udienza, sono stati mostrati i filmati interni registrati nel carcere di Santa Maria Capua Vetere.
Le immagini, già note agli atti dell’inchiesta, mostrano Fakhri inginocchiato nell’area della socialità del reparto Nilo mentre viene circondato da numerosi agenti della polizia penitenziaria. Secondo l’accusa, proprio in quei momenti il detenuto sarebbe stato vittima di violenze che rappresentano uno dei capitoli più drammatici dell’intero procedimento.
La visione dei video ha profondamente scosso la pubblico ministero, costringendola a interrompere per alcuni minuti la requisitoria. Un momento raro, che ha restituito tutta la dimensione umana di un processo destinato a lasciare un segno nella storia della giustizia italiana.
Il maxi processo e le responsabilità ancora da accertare
Il procedimento vede imputate 105 persone tra appartenenti alla polizia penitenziaria e altri funzionari coinvolti a vario titolo nei fatti contestati dalla Procura. La sentenza, tuttavia, non è stata ancora pronunciata. L’udienza dell’8 luglio rappresenta infatti la fase della requisitoria dell’accusa e il collegio giudicante dovrà esaminare tutte le posizioni prima di arrivare al verdetto finale.
Il valore della dignità umana oltre il processo
Al di là dell’esito processuale, la storia di Fakhri Marouane continua però ad assumere un valore che supera quello delle singole responsabilità penali.
È il racconto di un detenuto che aveva scelto di ricostruire la propria vita attraverso lo studio e il rispetto delle regole, confidando nella funzione rieducativa della pena prevista dalla Costituzione italiana. Una fiducia che, secondo la Procura, sarebbe stata profondamente compromessa dagli episodi contestati.
L’udienza dell’8 luglio ha ricordato come dietro ogni processo esistano persone, storie e percorsi di vita che meritano attenzione. Le lacrime della magistrata non hanno rappresentato soltanto un momento di forte partecipazione emotiva, ma anche il richiamo al significato più autentico della giustizia: accertare la verità senza dimenticare mai la dignità della persona.
Il verdetto del Tribunale sarà chiamato a stabilire eventuali responsabilità penali. Tuttavia, il ricordo di Fakhri Marouane resta già oggi una delle pagine più dolorose dell’intera vicenda di Santa Maria Capua Vetere, destinata a rimanere nella memoria collettiva come monito sul valore dei diritti umani anche all’interno degli istituti penitenziari.
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