
Se la notizia del maxi blitz della Guardia di Finanza e della Procura di Bologna è ormai nota, gli approfondimenti investigativi stanno facendo emergere il ruolo strategico svolto dai rivenditori che, attraverso canali social, gruppi Telegram, applicazioni di messaggistica e contatti diretti, avrebbero alimentato il mercato del cosiddetto “pezzotto”.
Secondo gli accertamenti, il servizio veniva proposto con costi estremamente competitivi rispetto agli abbonamenti ufficiali. Per accedere a migliaia di contenuti tra calcio, cinema, serie tv e musica, gli utenti avrebbero speso cifre comprese tra 40 e 130 euro all’anno. Una spesa irrisoria se confrontata con quella necessaria per sottoscrivere legalmente più piattaforme contemporaneamente.
Il vero affare, tuttavia, sarebbe stato rappresentato dal numero di clienti. Anche un singolo rivenditore con alcune centinaia di utenti avrebbe potuto generare introiti considerevoli. Moltiplicando queste cifre per decine di distributori sparsi sul territorio nazionale, gli investigatori ritengono di trovarsi davanti a un sistema capace di produrre guadagni enormi.
Proprio a Mondragone le attività investigative avrebbero concentrato particolare attenzione. Le perquisizioni eseguite nei giorni scorsi mirano infatti a chiarire eventuali responsabilità e a ricostruire l’intera filiera commerciale che consentiva agli utenti di entrare nel circuito illegale.
Gli investigatori ritengono che il fenomeno non fosse limitato alla semplice vendita di codici di accesso. Dietro il sistema ci sarebbe stata una vera organizzazione strutturata, con ruoli differenti tra chi gestiva la parte tecnica, chi curava i rapporti con i clienti e chi si occupava della raccolta dei pagamenti.
Uno degli aspetti che più ha colpito gli inquirenti riguarda proprio le modalità di pagamento. In molti casi sarebbero stati utilizzati strumenti difficilmente tracciabili, comprese criptovalute e sistemi di trasferimento di denaro che rendevano più complessa la ricostruzione dei flussi economici.
L’obiettivo dell’inchiesta è ora quello di comprendere l’esatta portata del giro d’affari. Le stime preliminari parlano di un danno economico complessivo che potrebbe raggiungere centinaia di milioni di euro per le piattaforme televisive e di streaming coinvolte.
Nel frattempo proseguono gli accertamenti sui dispositivi sequestrati durante le perquisizioni. Dall’analisi di computer, smartphone e supporti informatici potrebbero emergere ulteriori dettagli sulla rete di contatti, sui clienti e sull’organizzazione che avrebbe consentito per anni la diffusione illegale di contenuti protetti da diritto d’autore.
Le indagini restano nella fase preliminare e tutte le persone coinvolte beneficiano della presunzione di innocenza fino a eventuale sentenza definitiva.

