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Soldi sporchi tra supermercati e ristoranti, stangata per Zagaria

 

Casapesenna. Si chiude definitivamente, con la pronuncia della Corte di Cassazione, il procedimento giudiziario a carico di Vincenzo Zagaria, ritenuto coinvolto in un articolato sistema di riciclaggio di denaro collegato a contesti mafiosi. I giudici della seconda sezione hanno dichiarato inammissibile il ricorso presentato dalla difesa, rendendo così definitiva la condanna a 12 anni e 8 mesi di reclusione già stabilita in Appello.

Secondo la Suprema Corte, il ricorso non introduceva elementi nuovi, ma si limitava a riproporre questioni già esaminate nei precedenti gradi di giudizio. Una richiesta, quindi, non accoglibile in sede di legittimità, dove non è possibile rivalutare nel merito i fatti ma solo verificare la correttezza giuridica delle decisioni.

Al centro dell’inchiesta emerge un sistema di gestione e reinvestimento di capitali illeciti che avrebbe messo in connessione ambienti criminali diversi, tra cui il clan dei casalesi e soggetti legati alla Banda della Magliana. In particolare, gli investigatori hanno ricostruito rapporti con Enrico Nicoletti, figura storica della criminalità romana considerata per anni il “tesoriere” del gruppo capitolino.

Gli incontri tra i soggetti coinvolti sarebbero avvenuti anche nella zona dell’Eur, a Roma, in contesti riconducibili a circuiti imprenditoriali apparentemente leciti. Proprio questi canali economici, secondo gli inquirenti, venivano utilizzati per far transitare ingenti somme di denaro, provenienti da attività illecite.

Un ruolo chiave, nell’impianto accusatorio, è stato attribuito all’utilizzo di esercizi commerciali, tra cui supermercati e ristoranti, impiegati come strumenti per “ripulire” il denaro. Le operazioni economiche, spesso frammentate e giustificate con transazioni fittizie, consentivano di immettere liquidità nel circuito legale senza attirare l’attenzione degli organi di controllo.

Già in un provvedimento del 2006, il Tribunale di Napoli aveva evidenziato l’esistenza di un flusso costante di denaro tra Roma e l’area casertana, con un sistema strutturato capace di garantire la movimentazione e il reinvestimento dei capitali illegali. Un meccanismo che, secondo gli inquirenti, rappresentava un vero e proprio ponte tra organizzazioni criminali di primo piano.

La Cassazione ha ritenuto solido il quadro probatorio: il volume delle operazioni, la mancanza di giustificazioni lecite e le modalità di trasferimento dei fondi hanno confermato la natura illecita delle attività. È stata inoltre ribadita l’aggravante dell’agevolazione mafiosa, ritenendo che le operazioni finanziarie fossero funzionali al rafforzamento del clan.

Non ha inciso sulla valutazione dei giudici la tesi difensiva secondo cui l’imputato avrebbe agito per interesse personale. Secondo la Corte, infatti, il vantaggio individuale può coesistere con l’obiettivo di favorire un’organizzazione criminale.

Con la decisione della Cassazione, oltre alla conferma della pena, è stato disposto anche il pagamento delle spese processuali e di una sanzione di 3mila euro alla Cassa delle ammende.

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