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Vince causa col supermercato ma Zagaria non vuole pagarla: “100mila a questa..siamo pazzi?”

 

CASAPESENNA/SAN MARCELLINO. Un presunto sistema di pressioni e mediazioni pilotate emerge dalle carte dell’ordinanza che coinvolge soggetti ritenuti vicini al clan Zagaria, con al centro una vertenza di lavoro trasformata – secondo gli inquirenti – in un’occasione per esercitare influenza e ottenere vantaggi economici.

Il fulcro della vicenda ruota attorno alla posizione di una ex dipendente della società “Jolly Market srl” di San Marcellino, che aveva ottenuto dal giudice del lavoro una sentenza favorevole con un risarcimento superiore ai 130mila euro. Proprio questa decisione avrebbe innescato una serie di contatti, incontri e pressioni documentati dai carabinieri attraverso intercettazioni telefoniche e ambientali.

Secondo il GIP, la figura di Carmine Zagaria emerge come centrale nel tentativo di incidere sull’esito economico della vicenda. Le conversazioni intercettate mostrano un interesse diretto nel ridimensionare la somma da corrispondere alla lavoratrice, attraverso un’attività di intermediazione che coinvolge anche altri soggetti.

In una delle intercettazioni, Zagaria commenta con toni espliciti la cifra riconosciuta:
“…io devo dare 100 mila euro a questa?… ma siamo pazzi…”, lasciando intendere la volontà di rinegoziare al ribasso il risarcimento. In un altro passaggio si parla apertamente di trattativa: “posso trattare il 20/30% mancante”, riferimento a uno sconto sulla somma dovuta.

Le indagini ricostruiscono una fitta rete di contatti tra agosto e settembre 2023. I due intermediari si confrontano più volte sulla necessità di intervenire presso il legale della lavoratrice, per orientare la trattativa. In una conversazione, Iavarone afferma: “devo fare l’imbasciata ad un altro amico”, mentre si pianificano incontri diretti e strategie per convincere le parti.

Particolarmente significativo è anche il riferimento al coinvolgimento di terzi come intermediari, con l’obiettivo di arrivare a un accordo più favorevole. Gli investigatori sottolineano come uno dei due intermediari si muovesse “quale portavoce delle richieste di Zagaria”, cercando un contatto diretto con il legale della controparte.

Le intercettazioni evidenziano inoltre un tentativo di pressione indiretta sulla difesa della lavoratrice. In un passaggio si legge: “non c’è bisogno di dire… ci ha mandato a noi”, frase che gli inquirenti interpretano come indicativa di un’influenza esterna nella gestione della vertenza.

La natura dei reati ipotizzati ruota attorno a condotte estorsive o comunque a tentativi di condizionamento illecito di una controversia civile, sfruttando il peso intimidatorio riconducibile al contesto camorristico. Il GIP evidenzia infatti come la forza del clan Zagaria continui a generare “assoggettamento” e un clima tale da incidere anche su dinamiche formalmente legali come una causa di lavoro.

Le trattative, tuttavia, non sarebbero andate a buon fine per la fermezza della lavoratrice, che avrebbe rifiutato qualsiasi accordo al ribasso, ribadendo: “Non voglio accettare!”.

L’intera vicenda rappresenta, secondo l’accusa, un esempio di infiltrazione della criminalità organizzata in ambiti economici e giudiziari, con l’obiettivo di alterare equilibri e ridurre l’impatto di decisioni sfavorevoli.

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