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Centro storico e commercio, numeri choc: in 10 anni ha chiuso il 60% delle nuove attività

 

Capua. C’è una differenza enorme tra la città raccontata nei numeri e quella che ogni giorno vivono i commercianti. La prima è fatta di statistiche, percentuali e saldi amministrativi.

La seconda è fatta di saracinesche che si alzano con fatica, di incassi sempre più difficili, di flussi che diminuiscono e di imprenditori lasciati soli ad affrontare trasformazioni economiche epocali senza una vera strategia urbana di supporto.

In questi giorni si è parlato del saldo positivo di 271 attività negli ultimi 10 anni, dato dalle 689 aperture e 418 cessazioni, ma una lettura completa degli stessi numeri dice anche altro: che oltre il 60% delle nuove attività ha chiuso e che solo il 39% è riuscito a restare sul mercato. Questo non è il segno di un’economia forte ma la fotografia di un sistema fragile dove fare impresa resta una sfida quotidiana. Il saldo medio è di circa 27 attività nette all’anno, un dato assolutamente normale per una città di circa 18 mila abitanti e non certo un risultato straordinario come qualcuno vorrebbe far credere.

La verità è semplice: il problema non è quante attività aprono, ma quante riescono a sopravvivere. Ed è ancora più significativo che non venga fatta una distinzione tra centro storico, Sant’Angelo e altre aree, perché la vera salute economica di una città si misura nel suo centro e il centro storico continua ad essere il vero malato economico di Capua. Lo stesso sindaco lo ammette quando parla delle difficoltà strutturali del cuore della città, ma proprio su questo punto i commercianti continuano a non vedere risultati concreti.

I dati pubblicati inoltre riguardano un periodo di 10 anni mentre l’attuale amministrazione governa da circa 4 anni e quindi quei numeri non possono rappresentare il bilancio dell’azione amministrativa attuale. La domanda che diventa inevitabile è una sola: quali risultati concreti sono stati prodotti in questi quattro anni per il rilancio del commercio del centro storico? Perché se è vero che il commercio cambia per effetto dell’e-commerce e dei nuovi modelli di consumo, è altrettanto vero che esistono responsabilità amministrative precise sulle condizioni in cui le imprese sono costrette ad operare: accessibilità, parcheggi, politiche ZTL, eventi, sicurezza urbana, valorizzazione del patrimonio pubblico e programmazione economica sono scelte politiche e non variabili indipendenti. E su questi temi il mondo del commercio continua ad attendere risposte strutturali. Durante la campagna elettorale furono assunti impegni chiari sul rilancio del centro storico, sulla valorizzazione degli immobili comunali e sulla creazione di condizioni favorevoli alle imprese locali. A distanza di anni molti di quegli impegni restano ancora sulla carta e la percezione diffusa tra gli operatori economici è che tra le promesse e i risultati si sia aperta una distanza significativa.

Emblematico è il caso dei locali comunali del complesso dell’Annunziata, una risorsa strategica che potrebbe rappresentare un vero motore di rigenerazione commerciale e che invece continua a restare chiusa e in stato di abbandono senza un progetto operativo condiviso con la città e con le categorie economiche. Ogni locale pubblico chiuso rappresenta una occasione persa, una vetrina spenta, un presidio economico in meno e un segnale negativo per chi vuole investire. Così come restano forti perplessità sui progetti di riqualificazione dei bastioni annunciati da tempo e mai realmente avviati, nonostante affidamenti e proclami risalenti a oltre due anni fa.

Perché la differenza tra programmazione e amministrazione è molto semplice: la programmazione annuncia, l’amministrazione realizza. E il commercio misura solo ciò che si realizza. Anche il Distretto Commerciale può rappresentare una opportunità ma solo se accompagnato da risorse reali, progetti concreti e tempi certi perché senza investimenti e interventi operativi rischia di restare solo una struttura amministrativa. Lo stesso vale per le politiche di regolazione del traffico: tutte le esperienze nazionali dimostrano che nelle piccole città le ZTL funzionano solo se accompagnate da parcheggi, eventi, servizi e strategie di attrazione, altrimenti rischiano di ridurre i flussi commerciali.

Le città che funzionano hanno una strategia economica urbana, una programmazione annuale degli eventi, politiche di marketing territoriale e un rapporto costante tra amministrazione e imprese. Per questo motivo i commercianti chiedono formalmente l’apertura immediata di un tavolo permanente di confronto con l’amministrazione, la presentazione di un piano operativo per il centro storico, un cronoprogramma pubblico degli interventi annunciati, una vera programmazione annuale degli eventi capace di generare flussi e misure concrete per sostenere le attività esistenti.

Non è una polemica politica ma una richiesta di responsabilità amministrativa. Perché senza commercio non esiste sicurezza urbana, non esiste vivibilità e non esiste futuro per il centro storico. La verità che la città deve avere il coraggio di guardare è una sola: ogni negozio che chiude non è solo una impresa che si arrende ma un pezzo di città che arretra. Ogni serranda abbassata è meno economia, meno sicurezza e meno futuro.

I commercianti non chiedono protezione e non chiedono privilegi. Chiedono solo che alle analisi seguano finalmente le decisioni e che alle parole seguano i risultati. Perché oggi il vero bivio non è tra ottimismo e pessimismo ma tra amministrare davvero o limitarsi a raccontare. E il tempo delle narrazioni è finito. È arrivato il tempo delle scelte. Perché il commercio può sopravvivere senza la politica, ma la politica non può sopravvivere senza una città viva.

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