
CASAPESENNA. Un sistema articolato di movimentazione e reinvestimento di denaro, con ramificazioni tra l’Italia e l’estero, emerge dalle carte dell’inchiesta che coinvolge figure ritenute legate al clan Zagaria. Il giudice per le indagini preliminari descrive un quadro definito “grave” sotto il profilo indiziario, con flussi economici sospetti e operazioni ritenute funzionali al riciclaggio.
Al centro della vicenda c’è Filippo Capaldo, indicato come destinatario di somme significative provenienti, tra gli altri, dalla Jolly Market srl. Secondo quanto ricostruito, almeno 100mila euro sarebbero stati trasferiti attraverso bonifici per finanziare attività commerciali a Tenerife, con l’obiettivo di reimpiegare capitali di origine illecita.
Determinanti, per gli inquirenti, alcune conversazioni intercettate. In una di queste si parla apertamente della gestione del denaro: “I soldi non so dove stanno… te li faccio mandare io dove vuoi tu”, frase che evidenzierebbe la disponibilità a spostare contanti e la volontà di mantenere opaca la provenienza delle somme. In un altro passaggio si sottolinea la necessità di agire con cautela: “Dobbiamo fare le cose con molta prudenza… altrimenti siamo tutti morti”.
Le indagini si concentrano anche su Vincenzo P., che avrebbe effettuato bonifici rilevanti, e su Armando Orlando, ritenuto figura chiave nella raccolta e gestione delle risorse economiche. Proprio Orlando, secondo gli atti, avrebbe procurato la liquidità necessaria per sostenere le operazioni all’estero.
Un elemento centrale riguarda un immobile a Dubai, indicato come parte di una trattativa non andata a buon fine ma comunque utilizzata per movimentare denaro. Secondo il Gip, non emergono fonti lecite di reddito tali da giustificare gli investimenti effettuati, rafforzando l’ipotesi che si tratti di capitali derivanti da attività illecite.
Le intercettazioni mostrano anche la preoccupazione degli indagati per eventuali controlli: “Stai molto attento, perché attraverso noi ci possono arrivare”, segnale della consapevolezza del rischio investigativo. In un altro dialogo si fa riferimento alla necessità di “coprire tutta l’operazione”, individuando strategie per giustificare i flussi di denaro.
Il giudice evidenzia infine come tali attività si inseriscano in un contesto più ampio di reinvestimento dei proventi del clan Zagaria, attraverso imprenditori ritenuti vicini all’organizzazione. Un sistema che, secondo l’accusa, avrebbe garantito continuità economica alla cosca, alimentando una rete di affari tra Italia e estero.
L’inchiesta resta in una fase preliminare e, come previsto dalla legge, per tutti gli indagati vale il principio di non colpevolezza fino a eventuale sentenza definitiva.

