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Documenti falsi e permessi di soggiorno, affare da 250mila euro: “ganci” sotto accusa

 

CASAL DI PRINCIPE/VILLA LITERNO. Un sistema ben organizzato per la produzione e la distribuzione di documenti falsi, dalle patenti ai permessi di soggiorno, con un giro d’affari rilevante e una rete di intermediari pronti a procacciare clienti. È quanto emerso nel corso del processo in corso davanti al tribunale di Santa Maria Capua Vetere, dove sono imputate dieci persone accusate di aver gestito un vero e proprio business illecito a favore di cittadini stranieri.

A ricostruire i dettagli è stato un luogotenente dei carabinieri, protagonista delle indagini, che in aula ha spiegato come durante le perquisizioni nell’abitazione di Pietro Di Dona siano stati rinvenuti numerosi documenti contraffatti, tra patenti, certificati di residenza e permessi di soggiorno. Materiale destinato a stranieri, molti dei quali residenti nel Nord Italia, soprattutto in Veneto.

Le verifiche hanno inoltre portato alla luce diversi movimenti di denaro su una carta prepagata intestata a Vincenza Di Dona, con versamenti compresi tra i 500 e i 2.500 euro, effettuati in coincidenza con la consegna dei documenti falsi. Secondo quanto riferito in aula, si trattava del pagamento per ottenere pratiche irregolari.

Il militare ha evidenziato anche il ruolo degli intermediari, veri e propri “ganci”, che ricevevano compensi tra i 250 e i 300 euro per ogni cliente procacciato. Di Dona, per gestire i contatti, utilizzava una sim dedicata e, temendo controlli, si affidava a Carmine Riccardo per la consegna dei documenti.

Dalle intercettazioni è emersa poi la figura di Giuseppe Ciervo, soprannominato “Peppe”, ritenuto il falsario del gruppo, incaricato di realizzare i documenti contraffatti, comprese false residenze e permessi di soggiorno. Nei computer a lui riconducibili sarebbero state trovate anche buste paga fittizie intestate ad aziende agricole, utilizzate per ottenere titoli di soggiorno.

Le residenze false risultavano localizzate in diversi comuni del Casertano e dell’area napoletana, tra cui Villa Literno, Marcianise, Mondragone e Giugliano in Campania.

Nel corso delle indagini è emerso anche come gli indagati cercassero di evitare di lasciare tracce: in una conversazione intercettata, Di Dona e Riccardo commentavano una perquisizione a casa di Ciervo, rassicurandosi sul fatto che i documenti compromettenti non sarebbero stati trovati, poiché eliminati di volta in volta o spostati altrove.

L’inchiesta, avviata nel 2018 e sviluppatasi fino al 2021, è partita dalla segnalazione di un titolare di autoscuola, contattato dalla motorizzazione per una pratica sospetta: l’uomo non riconobbe il timbro apposto su una patente e decise di denunciare, dando così impulso alle indagini.

Secondo gli investigatori, il gruppo sarebbe riuscito a gestire circa 200 pratiche irregolari, con un volume d’affari superiore ai 250mila euro. I costi per ottenere i documenti falsi variavano generalmente tra i mille e i duemila euro.

Inizialmente il sistema si basava su intermediari, ma col tempo il passaparola avrebbe trasformato la rete in un punto di riferimento stabile per numerosi stranieri in cerca di documentazione.

Tra gli imputati figurano Pietro Di Dona, ritenuto il promotore, Giuseppe Ciervo, indicato come il falsario, Carmine Riccardo e altri sette soggetti. Il processo proseguirà nel mese di aprile con nuove audizioni legate all’attività investigativa.

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