
CAPUA. Diventa irrevocabile la confisca da 25 milioni di euro nei confronti degli eredi dell’imprenditore del settore calcestruzzo Stefano Di Rauso, scomparso nel 2017. La seconda sezione della Corte di Cassazione, presieduta da Angelo Caputo, ha respinto i ricorsi presentati dalla vedova Beatrice De Simone e dai figli Michele, Giuseppe e Maria Loredana contro il decreto emesso il 24 giugno 2025 dalla Corte di Appello di Napoli. Quest’ultima aveva già confermato la decisione del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere che nel 2022 aveva disposto la misura ablativa.
Il patrimonio, posto sotto sequestro nel 2018, è di notevole consistenza: due cave per la produzione di calcestruzzo, tre autorimesse, due depositi industriali, 69 terreni, 37 veicoli, quattro polizze vita, tre appartamenti, un immobile adibito a istituto di credito e tre uffici.
Di Rauso era stato arrestato nel 2011 nell’ambito dell’inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli denominata “Il Principe e la Scheda Ballerina”, che portò a decine di arresti per voto di scambio politico-mafioso nel territorio di Casal di Principe. In primo grado fu condannato a nove anni.
Nel ricorso, la difesa aveva contestato la legittimità della confisca, sostenendo la scadenza dei termini del sequestro preventivo, l’assenza di pericolosità sociale qualificata e la mancanza di prova sulla provenienza illecita dei beni. Inoltre, veniva evidenziata la presunta erronea applicazione del Decreto Legislativo 159/2011, soprattutto con riferimento ai beni acquistati prima del periodo ritenuto rilevante.
La Cassazione ha però ritenuto infondati tutti i motivi, ribadendo che nelle misure di prevenzione patrimoniali il sequestro non è presupposto indispensabile per la confisca. I giudici hanno inoltre escluso la possibilità di un nuovo esame nel merito, limitato ai soli profili di violazione di legge. La confisca, dunque, è ormai definitiva, con condanna dei ricorrenti alle spese processuali.

