
Casal di Principe. “Un altro comitato permanente non è, di per sé, sviluppo. Lo sviluppo si misura con scelte, atti amministrativi e tempi certi”. È quanto dichiara Lia Caterino, Consigliere Comunale del Comune di Casal di Principe, intervenendo sulla linea programmatica n.4, che prevede l’istituzione di un comitato di studio permanente per il monitoraggio e l’ampliamento della zona industriale e artigianale.
“Le parole utilizzate sono importanti: monitoraggio, ampliamento, rilancio. Ma la comunità e chi lavora non hanno bisogno dell’ennesimo organismo che resta sulla carta: hanno bisogno di una direzione chiara e di risultati verificabili”, prosegue Caterino. “Se la zona industriale resta ferma mentre si moltiplicano tavoli e comitati, allora il punto non è quante riunioni si fanno, ma quali decisioni si assumono e in che tempi”.
Secondo Caterino, la priorità deve essere “passare dalla promessa alla concretezza”, perché la zona industriale e artigianale rappresenta un presidio economico e occupazionale che non può rimanere bloccato. “È necessario capire cosa si intende fare, con quali risorse, con quali passaggi amministrativi e con quali scadenze. Senza questi elementi, si rischia di alimentare aspettative senza alcun avanzamento reale”.
Le richieste: trasparenza, cronoprogramma e azioni misurabili
Lia Caterino chiede che l’Amministrazione comunale renda pubblici, con chiarezza e in tempi rapidi:
lo stato dell’arte della zona industriale e artigianale (criticità, vincoli, priorità);
un cronoprogramma ufficiale con fasi, tempi e responsabilità (chi fa cosa e quando);
atti e strumenti necessari per il monitoraggio e l’eventuale ampliamento (documenti, procedure, interlocuzioni);
un confronto strutturato con imprese e artigiani, con esiti tracciabili e non solo annunci;
azioni immediate su decoro, manutenzione, accessibilità e servizi, per migliorare l’attrattività dell’area.
“Non serve aggiungere un’altra sigla ‘permanente’ – conclude Caterino – serve un lavoro amministrativo serio: atti, scadenze e responsabilità. Perché le imprese non vivono di parole: vivono di decisioni”.

