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Pizzo per il clan, è stangata definitiva per 8. I NOMI

 

CASAL DI PRINCIPE. È diventata definitiva la sentenza che chiude, in sede di legittimità, il procedimento per una serie di estorsioni attribuite al contesto del clan dei Casalesi. La seconda sezione penale della Corte di Cassazione ha infatti dichiarato inammissibili sei ricorsi e respinto gli altri due, lasciando immutate le decisioni assunte nei precedenti gradi di giudizio.

La vicenda giudiziaria trae origine dal 2016, quando il Tribunale di Napoli, con rito abbreviato, riconobbe la responsabilità penale di Carmine Caiazzo, Angelo Compagnone, Enzo Alessio D’Aniello, Giuseppe D’Ausilio, Raffaele Di Tella, Nicola Fedele, Mario Maisto e Raffaele Ruffo per una pluralità di episodi estorsivi, consumati o tentati, aggravati dal metodo mafioso e riconducibili al clan dei Casalesi.
Nel novembre 2024 la Corte d’Appello aveva parzialmente rimodulato il quadro sanzionatorio, accogliendo il concordato sulla pena per quattro imputati e confermando integralmente le condanne per gli altri.

Il ricorso in Cassazione non ha però prodotto effetti. Per Caiazzo, Compagnone, D’Aniello, D’Ausilio, Fedele e Maisto, i giudici hanno rilevato l’inammissibilità delle doglianze, ritenute generiche o incompatibili con le rinunce già operate in appello. La Suprema Corte ha ribadito che l’accordo sulla pena preclude la possibilità di rimettere in discussione responsabilità e qualificazione dei fatti in sede di legittimità. Per due imputati è stata inoltre esclusa qualsiasi carenza motivazionale, giudicando solide le valutazioni dei giudici di merito, anche alla luce delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. A loro carico sono state disposte le spese processuali e il versamento di 3.000 euro ciascuno alla Cassa delle ammende.

Rigettati nel merito anche i ricorsi di Raffaele Di Tella e Raffaele Ruffo, legati a un tentativo di estorsione del 2009 ai danni di un’azienda del settore metallurgico. La Cassazione ha confermato i rispettivi ruoli: mandante il primo, concorrente il secondo, sottolineando come il richiamo al nome e alla reputazione criminale fosse sufficiente a rafforzare l’efficacia intimidatoria, anche a prescindere dallo stato di detenzione.
Con la decisione del 15 gennaio, le condanne sono divenute irrevocabili, ponendo fine a un processo durato anni e consolidando l’impianto accusatorio. Le motivazioni sono state depositate nei giorni scorsi.

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