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Massoneria e clan, stangata per l’imprenditore

 

CASAL DI PRINCIPE. La Corte di Cassazione chiude definitivamente la partita giudiziaria di Gaetano Cerci, respingendo il ricorso con cui l’imprenditore campano puntava a ottenere la continuazione tra più condanne definitive e, di conseguenza, una riduzione della pena complessiva. Per i giudici della settima sezione penale, i reati per cui Cerci è stato condannato non possono essere ricondotti a un unico disegno criminoso originario.

Nella motivazione, la Suprema Corte chiarisce che le condotte contestate si collocano in archi temporali molto distanti tra loro e maturano in contesti del tutto diversi. Alcuni episodi risalgono agli anni Novanta, altri ai primi Duemila, altri ancora a un periodo successivo al 2010. Una frammentazione che, secondo la Cassazione, esclude alla radice l’ipotesi di una strategia criminale unitaria concepita fin dall’inizio. Non basta, sottolineano i giudici, la reiterazione di comportamenti illeciti per giustificare il riconoscimento della continuazione.

Il ricorso è stato quindi dichiarato inammissibile, con conseguente condanna di Cerci al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di 3mila euro in favore della Cassa delle ammende. Restano così autonome le numerose sentenze passate in giudicato, alcune delle quali avevano già visto un parziale riconoscimento della continuazione da parte della Corte d’appello di Napoli, limitatamente a specifici episodi.

Le condanne definitive riguardano, tra l’altro, associazione mafiosa, estorsioni aggravate dal metodo camorristico, tentata estorsione, violazioni delle misure di prevenzione, ricettazione e altri reati maturati tra Casal di Principe, Castel Volturno e diverse aree del Casertano. Un quadro che la Cassazione ha definito eterogeneo e non riconducibile a una matrice unica.

La pronuncia, adottata lo scorso dicembre, non entra nel merito delle vicende storiche che hanno accompagnato il nome di Cerci – spesso evocato in inchieste sull’ecomafia e nei racconti dei collaboratori di giustizia, con riferimenti anche a figure come Licio Gelli – ma si concentra esclusivamente sul profilo giuridico. Il verdetto è netto: nessuna riduzione complessiva della pena, perché le condanne restano giuridicamente distinte e autonome.

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