
SAN CIPRIANO D’AVERSA. La Corte di Cassazione ha messo il sigillo definitivo alla custodia cautelare in carcere per Raffaele Letizia e Pasquale Di Bona, respingendo i ricorsi presentati contro la decisione del Tribunale del riesame di Napoli. Con la sentenza n. 41877/2025, la Suprema Corte ha confermato la presenza di gravi indizi e di concrete esigenze cautelari nell’ambito di un complesso sistema di scommesse illegali, ritenuto aggravato dall’agevolazione mafiosa del clan dei Casalesi.
Dalla ricostruzione accusatoria, avallata dai giudici di legittimità, emerge l’operatività di un sodalizio stabile e strutturato, impegnato tanto nelle scommesse online quanto nella gestione di slot machine e videopoker non autorizzati. Gli apparecchi sarebbero stati collocati in esercizi formalmente regolari ma privi dei titoli necessari. Il sistema, secondo gli inquirenti, si fondava su prestanome, intestazioni fittizie di attività e piattaforme web dedicate alla raccolta illecita del gioco.
A Raffaele Letizia viene attribuito un ruolo di vertice. Rientrato a Casal di Principe nel 2021, avrebbe riattivato relazioni con figure di primo piano del gruppo Schiavone-Russo, articolazione del clan, dando impulso alla creazione e all’espansione della rete criminale, che avrebbe operato sul territorio grazie a coperture e influenza mafiosa. Pasquale Di Bona, cognato di Letizia, avrebbe invece fornito un contributo operativo nell’individuazione, acquisizione e gestione di bar e locali destinati all’installazione degli apparecchi illegali.
Nel respingere le doglianze difensive, la Cassazione ha ribadito che il giudizio di legittimità non consente una nuova lettura del merito probatorio. Le contestazioni basate su interpretazioni alternative di intercettazioni e atti d’indagine sono state dichiarate inammissibili, mentre è stata ritenuta solida e coerente la motivazione del Riesame, fondata su conversazioni telefoniche e ambientali, dichiarazioni di collaboratori di giustizia, analisi patrimoniali e riscontri investigativi.
Particolare rilievo è stato attribuito all’aggravante mafiosa ex art. 416-bis.1 c.p.: in un’area a forte presenza criminale, un’attività illecita di tale ampiezza – secondo i giudici – non avrebbe potuto svilupparsi senza l’intento di favorire il clan, finalità ritenuta consapevolmente condivisa da entrambi gli indagati.
Resta dunque confermata la misura carceraria, giudicata proporzionata alla luce del radicamento sul territorio, dei precedenti, dei legami familiari e criminali e del concreto rischio di reiterazione. Oltre al rigetto dei ricorsi, la Cassazione ha disposto la condanna di Letizia e Di Bona al pagamento delle spese processuali e di 3.000 euro ciascuno a favore della Cassa delle ammende.
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