
Lusciano/Parete. L’inchiesta coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia non si è limitata al controllo del Litorale Domizio: l’attenzione degli investigatori si è infatti concentrata anche sull’espansione della cosca Bidognetti nei territori di Lusciano e Parete. Un’area in passato sotto l’influenza prima di Antonio Lanza e poi di Nicola Garofalo, già finiti in manette nel 2022.
Nonostante l’arresto dei due, il clan – secondo quanto ricostruito dagli inquirenti – non avrebbe smesso di operare. A prendere il timone delle attività illecite ci avrebbe pensato Nicola Gargiulo, individuato come il nuovo riferimento della consorteria criminale nella zona, con un particolare interesse nella gestione delle estorsioni.
Ma è un altro nome, quello di Capitone, a rappresentare la minaccia più seria secondo gli inquirenti. Dopo aver scontato diversi anni in carcere per reati legati a estorsioni, traffico d’armi e appartenenza al clan dei Casalesi, l’uomo – una volta tornato in libertà – avrebbe ripreso pienamente il suo ruolo nel gruppo Bidognetti. Non solo: avrebbe anche consolidato la propria posizione, diventando una figura centrale e temuta.
Le indagini hanno fatto emergere un episodio che evidenzia il ritorno prepotente dell’attività criminale: un imprenditore edile si sarebbe trovato sotto ricatto. Prima gli sarebbe stato ordinato di bloccare i lavori in corso, poi – secondo l’accusa – sarebbe stato costretto a pagare una somma significativa, destinata a sostenere i detenuti del clan. Una dinamica che ricorda i metodi intimidatori tipici della camorra, con richieste di denaro che non si fermano neanche di fronte alla crisi economica del settore.
Il quadro tracciato dalla Dda rivela un’organizzazione ancora capace di riorganizzarsi dopo i colpi inflitti dalla magistratura. Con personaggi di spicco pronti a rientrare in scena e a ristabilire gli equilibri criminali nei comuni dell’entroterra casertano, la minaccia resta concreta.
Il ritorno di Capitone, indicato come regista delle nuove pressioni estorsive, rappresenta secondo gli inquirenti “la ripresa delle redini del clan”, un segnale allarmante per il territorio già segnato da anni di dominio camorristico.