
AVERSA. Diventa definitiva la condanna a un anno e quattro mesi di reclusione, con pena sospesa, per Rosalia Musto, imprenditrice di 49 anni di Aversa, riconosciuta responsabile di bancarotta fraudolenta. La quinta sezione della Corte di Cassazione, presieduta da Luca Pastorelli, ha respinto il ricorso presentato contro la decisione della Corte d’Appello di Napoli.
I giudici di secondo grado avevano confermato la sentenza pronunciata dal giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Napoli Nord. La vicenda riguarda la gestione della Iemme Group Srl, società della quale la donna era amministratrice.
Secondo quanto ricostruito nel procedimento, erano stati sottratti alla disponibilità societaria beni, merci, incassi dell’attività e somme ottenute attraverso prestiti. Le contestazioni comprendevano anche il denaro ricavato dalla vendita di beni aziendali, non ritrovato durante le operazioni di inventario. Tra gli elementi esaminati figuravano i proventi della cessione di automezzi appartenenti all’impresa, incluso un autocarro.
La difesa aveva impugnato la sentenza denunciando carenze e contraddizioni nella motivazione. In particolare, il legale contestava la compatibilità tra il riconoscimento della distrazione del veicolo e la concessione dell’attenuante relativa alla particolare tenuità del danno.
Nella prospettazione difensiva, mancava inoltre un accertamento sul valore del mezzo. Da qui l’obiezione sulla possibilità di configurare una bancarotta fraudolenta per distrazione in presenza di un pregiudizio ritenuto contenuto, rispetto alla diminuzione della garanzia patrimoniale dei creditori.
La Suprema Corte ha giudicato infondate queste argomentazioni. Nella decisione è stato evidenziato che la vendita del veicolo era stata effettuata dopo la dichiarazione di fallimento.
Un passaggio ritenuto rilevante perché, in quella fase, l’amministratrice era pienamente consapevole delle conseguenze della cessione sulle possibilità dei creditori di soddisfare le proprie pretese attraverso il patrimonio aziendale.
Il rigetto del ricorso lascia quindi ferma la condanna già pronunciata nei precedenti gradi di giudizio, compreso il beneficio della sospensione condizionale della pena riconosciuto all’imprenditrice dal giudice dell’udienza preliminare

