Appalti Tav, mossa Dda: chiesto arresto per 4. Ci sono i parenti del boss

Inchiesta sugli appalti dell'Alta velocità a Marcianise e nuove richieste della Procura Antimafia

La Dda impugna il rigetto delle misure cautelari per associazione mafiosa e concorso esterno. Chiesta anche la confisca delle quote Areco

MARCIANISE. La Procura Antimafia di Napoli torna a chiedere misure cautelari per il capitolo mafioso dell’inchiesta sugli appalti dell’Alta velocità. Il pubblico ministero Henry John Woodcock ha impugnato davanti al Tribunale del Riesame il rigetto delle richieste relative all’associazione mafiosa e al concorso esterno, sollecitando una nuova valutazione degli elementi raccolti dal Nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di finanza di Napoli.

La Procura Antimafia chiede al Riesame nuove misure cautelari

La richiesta di custodia in carcere riguarda Camillo Belforte, figlio del boss Domenico, detto Mimì ’e Mazzacane, il cugino Pasquale Belforte, Dante Salzillo e Gianfranco Gaudiano. I due esponenti della famiglia Belforte sono accusati di associazione mafiosa; a Salzillo e Gaudiano viene contestato il concorso esterno. Raffaele Salzillo è tra le posizioni interessate dall’impugnazione, ma non compare nella richiesta conclusiva di arresto. Camillo e Pasquale Belforte e Gaudiano risultano indagati a piede libero.

L’inchiesta aveva portato la Procura a chiedere 41 misure. Dopo gli interrogatori preventivi, il gip ne aveva disposte venti per ipotesi di corruzione, sfruttamento del lavoro e false fatturazioni, valutate in base alle singole posizioni. L’aggravante mafiosa era stata esclusa. Ai domiciliari erano finiti anche i fratelli Salzillo, mentre il giudice non aveva accolto le richieste per associazione mafiosa e concorso esterno. È su questo punto che ora la Procura chiede al Riesame di riconsiderare il quadro indiziario.

Inchiesta Appalti dell’Alta velocità, i presunti rapporti con il clan Belforte

Secondo la Dda, i rapporti tra gli imprenditori e gli esponenti del clan non sarebbero riconducibili a una semplice relazione personale. L’ipotesi investigativa è che i contatti avessero una duplice finalità: favorire l’ingresso di imprese ritenute riconducibili ai Belforte nelle commesse pubbliche e ricorrere alla capacità intimidatoria del clan nei rapporti con i lavoratori.

Al centro della ricostruzione c’è l’incontro tra Gaudiano e Dante Salzillo, che sarebbe stato favorito da Camillo Belforte tra giugno e luglio 2025. Salzillo, secondo l’accusa, si sarebbe adoperato per inserire nei lavori della Napoli-Bari, gestiti dal consorzio Telese, un’azienda formalmente riferibile a Gaudiano ma ritenuta dagli investigatori legata a Camillo Belforte. Nell’intercettazione, Salzillo avrebbe descritto l’opportunità dicendo: «Tu hai risolto tutta la vita tua, perché là diventa un salvadanaio». Per la Dda, quelle entrate avrebbero potuto alimentare le casse del clan.

L’inchiesta su Areco e la richiesta di sequestro delle quote

La Procura richiama anche una telefonata del 27 giugno 2026 tra Salzillo e Giandomenico Colella, ex consigliere comunale di Marcianise e collaboratore dell’imprenditore. Colella, indagato per corruzione e sottoposto all’obbligo di dimora e di presentazione alla polizia giudiziaria, avrebbe riferito di una richiesta di Gaudiano per uscire dal consorzio. Nel colloquio Salzillo domandava inoltre di un faldone custodito sotto una scrivania: gli investigatori interpretano le rassicurazioni ricevute come un possibile riferimento all’occultamento o alla distruzione di documenti.

La Procura ha chiesto anche il sequestro delle quote e dell’azienda Areco, controllata dalla holding Salfin. Ora la decisione spetta al Riesame. Le accuse sono ancora da verificare: tutti gli indagati sono innocenti fino a un’eventuale condanna definitiva.

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