Obbligazioni sovranazionali: perché i risparmiatori prudenti guardano agli emittenti con rating elevato

Se si chiede a un risparmiatore italiano quali obbligazioni abbia nel deposito titoli, la risposta tende a somigliarsi da una casa all’altra. Qualche titolo di Stato comprato all’asta o su consiglio dello sportello, un bond della propria banca sottoscritto anni fa, forse un’emissione di una grande azienda di cui si conosce il nome. Raramente si sente parlare di Banca europea per gli investimenti o di Banca Mondiale, eppure queste istituzioni raccolgono ogni anno sui mercati somme enormi, e una parte dei loro titoli è acquistabile anche da chi investe poche migliaia di euro attraverso il proprio conto online.

Sono le obbligazioni sovranazionali. Un nome un po’ respingente, che fa pensare a qualcosa di riservato agli addetti ai lavori. In realtà il meccanismo è lo stesso di qualunque altra obbligazione: si presta denaro a un emittente, si incassano interessi, a scadenza si riceve indietro il capitale. A cambiare è il debitore, ed è proprio questo il punto che interessa a chi ha un approccio prudente.

Rating AAA ed emittenti sovranazionali: chi c’è dietro questi titoli

Un emittente sovranazionale non è uno Stato e nemmeno un’impresa. È un organismo creato da più governi, che ne detengono il capitale e, in molti casi, si impegnano a versarne dell’altro se le cose dovessero mettersi male. In Europa il nome più noto è quello della Banca europea per gli investimenti, braccio finanziario dell’Unione, i cui soci sono gli Stati membri. Sul mercato si muovono anche la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, il Meccanismo europeo di stabilità, la Banca Mondiale e la stessa Unione Europea, che con Next Generation EU è diventata un emittente di peso nel debito in euro.

Avere alle spalle diversi Paesi contemporaneamente si traduce, per molte di queste istituzioni, nel rating AAA, il voto più alto che le agenzie assegnano a chi chiede denaro in prestito. Vuol dire che la probabilità di un mancato rimborso viene considerata molto bassa, più bassa di quella attribuita a parecchi Stati, Italia inclusa. Per chi tiene d’occhio il rischio emittente prima di qualsiasi altra cosa, la differenza ha un peso evidente.

Rendimento, spread e obbligazioni green: il confronto con i titoli di Stato

La sicurezza, però, si paga. I titoli sovranazionali in euro rendono in genere qualcosa in più dei Bund tedeschi, il riferimento di massima tranquillità nell’area euro, e qualcosa in meno dei titoli di Stato italiani con scadenza simile, che devono offrire di più per compensare un debito pubblico considerato meno solido. Lo spread tra queste diverse categorie non è fisso: si allarga e si restringe con le tensioni sui mercati, con le notizie sui conti pubblici, con le decisioni della Banca centrale.

Chi si mette a confrontare le migliori obbligazioni BEI in Euro trova un ventaglio di scadenze che va da pochi anni a qualche decennio, cedole fisse e variabili, e una quota consistente di emissioni collegate a progetti ambientali. Su questo terreno la Banca europea per gli investimenti ha fatto da apripista: il suo primo green bond risale al 2007, quando di finanza sostenibile si parlava ancora pochissimo. Per una parte dei risparmiatori sapere che il denaro prestato finanzia impianti per le rinnovabili o reti di trasporto pubblico conta, e non poco, al momento della scelta.

Dentro un portafoglio, comunque, questi titoli hanno una funzione abbastanza precisa. Chi cerca il rendimento più alto possibile con un rischio ancora contenuto continuerà probabilmente a preferire i titoli italiani. Le sovranazionali servono piuttosto ad affiancarli, come forma di diversificazione, per non legare tutti i propri risparmi alla salute dei conti di un solo Paese.

Valuta, liquidità e tassazione: i dettagli da verificare

Qualche verifica prima dell’acquisto è indispensabile, e la prima riguarda la valuta di emissione. Queste istituzioni emettono anche in dollari, in sterline e perfino in lire turche, rand sudafricani o real brasiliani, con cedole che a prima vista sembrano un affare. Non lo sono necessariamente. Quei tassi alti esistono perché la valuta rischia di perdere terreno sull’euro, e una svalutazione importante può mangiarsi anni di interessi nel giro di qualche mese. Chi non vuole aggiungere questo rischio al proprio investimento farebbe bene a restare sulle emissioni in euro.

Poi c’è la liquidità, aspetto spesso sottovalutato. Diversi titoli sono quotati su mercati accessibili ai privati, ma gli scambi possono essere rari, e vendere prima della scadenza a un prezzo ragionevole non è scontato. Alcune emissioni hanno inoltre un taglio minimo molto alto, pensato per fondi e assicurazioni, che le rende di fatto irraggiungibili per un piccolo risparmiatore: meglio controllarlo subito, prima di perdere tempo sull’analisi.

Un’ultima nota riguarda il fisco, ed è una buona notizia. In Italia le obbligazioni emesse da organismi sovranazionali e internazionali riconosciuti hanno la stessa aliquota agevolata del 12,5% dei titoli di Stato, contro il 26% applicato alle obbligazioni societarie. Su importi importanti e scadenze lunghe la differenza si sente nel risultato finale. Resta il consiglio di sempre, cioè leggere il prospetto dell’emissione e, se qualcosa non è chiaro, chiedere a un consulente prima di confermare l’ordine.

 

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