
SANTA MARIA CAPUA VETERE/CANCELLO ARNONE. Un’indagine della Guardia di Finanza su fatture relative a operazioni ritenute inesistenti, per un imponibile complessivo superiore a 60 milioni di euro, è arrivata alla richiesta di rinvio a giudizio per 20 persone. A formularla è stato il pubblico ministero Gionata Fiore, della Procura di Santa Maria Capua Vetere. Sarà il giudice a valutare se disporre il processo.
I destinatari della richiesta sono Luca Cacciapuoti, 43 anni, di Cancello ed Arnone; Donato Amato, 55 anni, residente a Scisciano; Francesco Barra, 75 anni, residente ad Artena; Cira Cesarano, 41 anni, residente a Cassino; Giuseppe Cimmino, 39 anni, residente a Somma Vesuviana; Antonio Compagna, 88 anni, residente a Napoli; Maurizio Conte, 52 anni, residente a Santa Maria Capua Vetere; Francesco Corvino, 82 anni, residente a Caserta; Raffaele D’Abrosca, 39 anni, residente a Grazzanise; Simone Di Maio, 83 anni, residente a Mariglianella.
Nell’elenco figurano anche Adriana Gagliardi, 39 anni, residente a Cancello ed Arnone; Apollonia Lanna, 62 anni, residente a Cancello ed Arnone; Francesco Saverio Lanzaro, 71 anni, residente a Somma Vesuviana; Nadia Lunghi, 57 anni, residente a Roma; Matilde Maisto, 77 anni, residente a Cancello ed Arnone; Daniele Messino, 44 anni, residente a Cancello ed Arnone; Pasquale Rainone, 49 anni, residente a Castel Volturno; Giuliano Russo, 40 anni, residente a Lusciano; Valeria Sisti, 41 anni, residente a Pozzilli; Antonio Vigliotta, 58 anni, residente a Bonito.
Secondo l’ipotesi della Procura, Cacciapuoti avrebbe amministrato più società utilizzate per emettere fatture per operazioni inesistenti. Il meccanismo avrebbe consentito di evadere le imposte e generare crediti Iva non spettanti.
Gli accertamenti riguardano anche presunti crediti d’imposta per investimenti nel Mezzogiorno, collegati a progetti di ricerca e sviluppo che gli inquirenti ritengono fittizi. Tali crediti sarebbero stati impiegati per compensare debiti fiscali. Un’ulteriore contestazione concerne l’ipotesi di una Naspi ottenuta indebitamente dalla suocera di Cacciapuoti sulla base di redditi da lavoro che, per l’accusa, sarebbero stati attestati senza un’effettiva attività lavorativa.
Nell’inchiesta compaiono inoltre i commercialisti Raffaele D’Abrosca e Antonio Vigliotta: secondo la Procura, non avrebbero svolto i controlli dovuti sulle dichiarazioni considerate fraudolente. Le contestazioni restano ipotesi d’accusa, da verificare nelle successive fasi del procedimento.

