Imprenditore detenuto dopo blitz anticamorra, ora vuole risarcimento

CASAL DI PRINCIPE. La Corte di Cassazione riapre il caso di Claudio Schiavone, imprenditore coinvolto in un’inchiesta sulla camorra, disponendo un nuovo esame della richiesta di risarcimento per la detenzione cautelare subita tra il luglio 2015 e l’aprile 2018. I giudici di legittimità hanno infatti annullato con rinvio il provvedimento della Corte d’Appello di Napoli che aveva escluso il diritto all’equa riparazione, ritenendo insufficiente la motivazione alla base del rigetto.

Schiavone era stato arrestato con l’accusa di aver preso parte alle attività del clan dei Casalesi. Secondo l’impostazione accusatoria, avrebbe eseguito alcuni lavori nei comuni di Villa Literno e Casal di Principe seguendo indicazioni riconducibili all’organizzazione criminale. Nel corso del processo, però, il quadro giuridico è cambiato: in primo grado l’accusa è stata riqualificata in concorso esterno in associazione mafiosa, mentre in appello sono state escluse le aggravanti originariamente contestate con una conseguente rideterminazione della pena.

La vicenda ha poi avuto un ulteriore sviluppo davanti alla Cassazione, che ha dichiarato il reato estinto per prescrizione. Secondo la Suprema Corte, il contributo contestato all’imprenditore si sarebbe esaurito nel dicembre 2003 e, applicando la disciplina più favorevole vigente all’epoca dei fatti, il termine di prescrizione risultava già maturato quando nel 2015 fu emessa la misura cautelare.

Nonostante questo esito, la Corte d’Appello di Napoli aveva respinto la richiesta di indennizzo, sostenendo che il comportamento dell’imprenditore avesse comunque contribuito, in maniera dolosa, all’applicazione della custodia cautelare.

La Cassazione, invece, ha ricordato che nei casi di cosiddetta “ingiustizia formale” il diritto all’equa riparazione può essere riconosciuto quando la misura cautelare è stata adottata senza i presupposti richiesti dalla legge. In tali circostanze, l’eventuale condotta dell’interessato può escludere il risarcimento soltanto se ha avuto un’incidenza concreta e diretta nell’adozione della misura restrittiva.

Secondo i giudici di legittimità, la Corte d’Appello avrebbe dovuto verificare se la diversa ricostruzione dei fatti, che ha portato a retrodatare la condotta contestata e a escludere le aggravanti, fosse già ricavabile dagli elementi disponibili al momento dell’arresto oppure se fosse emersa soltanto grazie alle prove raccolte nel dibattimento. Da questa valutazione dipenderà l’eventuale riconoscimento del diritto all’indennizzo.

Per questo motivo la Suprema Corte ha annullato il precedente provvedimento e rinviato gli atti alla Corte d’Appello di Napoli, che sarà chiamata a pronunciarsi nuovamente attenendosi ai principi indicati nella sentenza della Cassazione.

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