Santa Maria a Vico/San Felice a Cancello. La sentenza della Corte di Appello di Napoli arrivata questa settimana ha messo un timbro pesante sull’inchiesta che nella primavera scorsa aveva riportato in carcere il 71enne Clemente Massaro, alias ‘o pecuraro, e la 65enne Antonietta Sgambato, conosciuta come ‘a sparatora.
I giudici di secondo grado hanno confermato la condanna nei confronti del 71enne e soprattutto hanno ribaltato la posizione della compagna, assolta in primo grado e ora condannata a 4 anni e 5 mesi.
Una decisione che valorizza ancora di più il lavoro svolto dai carabinieri della Compagnia di Maddaloni, capaci di ricostruire passo dopo passo la vicenda, trasformando un incontro apparentemente veloce in una delle prove principali del procedimento.
Perché la storia dell’estorsione al cantiere del nuovo polo scolastico di Santa Maria a Vico si concentra tutta in una mattinata.
Quella del 21 febbraio 2025.
Quando Massaro e la Sgambato arrivano nella zona di via Puoti non è una mattinata qualsiasi.
Il ritorno del boss a San Felice a Cancello, dopo decenni lontano dal territorio, non era passato inosservato.
I suoi movimenti, gli incontri, quel continuo girare accompagnato dalla compagna avevano acceso l’attenzione degli investigatori.
E proprio i carabinieri di Maddaloni, dopo avere acceso i riflettori sul 71enne, iniziano a seguire una pista che porta direttamente al cantiere del campus scolastico.
Quel giorno Massaro e la Sgambato arrivano con una Fiat 500 X bianca.
L’appuntamento è con un dipendente della ditta impegnata nei lavori, incaricato di consegnare una busta contenente circa 3 mila euro.
Secondo la ricostruzione accusatoria, quei soldi rappresentavano soltanto un primo passaggio.
L’obiettivo finale sarebbe stato molto più alto: il 3% sull’importo complessivo dell’appalto, circa 3 milioni e 300 mila euro.
La scena inizialmente doveva consumarsi nel parcheggio.
Ma il dipendente è agitato. Ha paura di consegnare una busta in un luogo aperto, davanti a possibili occhi indiscreti.
Così propone di spostarsi all’interno di un bar poco distante. Una scelta che, paradossalmente, diventerà decisiva per chi stava indagando.
Perché lì c’erano le telecamere.
Quelle immagini, pochi giorni dopo, avrebbero raccontato tutto.
Il dipendente entra per primo. Si avvicina al tavolino e lascia la busta. Poi si allontana.
Passano appena pochi secondi. Dalla porta entra Clemente Massaro.
Il 71enne raggiunge il tavolino, prende quella busta e la sistema nel giubbino.
Una scena rapida.
Quasi impercettibile per chi era nel locale.
Ma non per le telecamere.
Poco dopo avviene un secondo passaggio che diventerà centrale soprattutto per la posizione di Antonietta Sgambato. La donna è al banco per consumare un caffè.
Massaro la raggiunge e le passa la busta. Lei la prende e la mette nella propria borsa.
Proprio quel gesto è stato letto in maniera diversa nei due gradi di giudizio.
Per il primo giudice non bastava a dimostrare che la donna sapesse cosa stesse accadendo.
Per la Corte di Appello, invece, quella scena va inserita dentro un quadro più ampio. E quel quadro porta alla condanna.
Ma l’incontro non finisce con il passaggio del denaro.
Nel locale emerge anche un altro aspetto destinato a pesare nella valutazione del metodo mafioso.
Il dipendente chiede rassicurazioni sulla sicurezza del cantiere. La risposta attribuita a Massaro dagli investigatori è il passaggio che fotografa il contesto: i mezzi potevano stare tranquilli, nessuno li avrebbe toccati.
Una garanzia. Una sorta di protezione.
Il messaggio, secondo l’accusa, era chiaro: quel cantiere ormai rientrava nella sua sfera.
Ed è proprio qui che entra il tema del metodo mafioso. Non necessariamente una minaccia pronunciata.
Ma il peso di un nome.
Dopo quell’incontro i carabinieri della Compagnia di Maddaloni mettono insieme tutti i pezzi. Acquisiscono le immagini esterne del supermercato.
Analizzano quelle del bar.
Ricostruiscono gli spostamenti della Fiat 500 X.
Verificano il ruolo delle persone coinvolte nel cantiere. Ogni tassello va al suo posto. Quella che poteva sembrare una semplice consegna di denaro viene inserita dagli investigatori in un contesto completamente diverso.
Quello di una richiesta estorsiva.
Dopo l’arresto Massaro prova a respingere l’accusa.
Sostiene che quei soldi fossero un regalo, una somma ricevuta dopo essere stato chiamato per una questione legata alla sicurezza del cantiere.
Nega il carattere estorsivo della vicenda.
E soprattutto prova a blindare la posizione della compagna.
Secondo la sua versione Antonietta Sgambato non sapeva nulla: lo accompagnava soltanto perché lui non aveva la patente.
La stessa linea sostenuta dalla donna. Una ricostruzione che in primo grado aveva portato alla sua assoluzione.
Ma che non ha superato il secondo giudizio.
La Corte di Appello ha riscritto quella parte della storia processuale: confermata la responsabilità di Massaro e condannata anche la Sgambato.
A distanza di mesi, quella mattina del 21 febbraio resta quindi il momento chiave.
La Fiat 500 X, il bar, la busta passata di mano e le telecamere sono diventati i fotogrammi dell’inchiesta che ha riportato davanti ai giudici il nome di Clemente Massaro.