Casapesenna. Non solo estorsioni, traffici illeciti e affari nei settori tradizionalmente controllati dalla criminalità organizzata. Dalle carte della maxi inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia emerge anche un altro aspetto: la crescente attenzione del clan Zagaria verso strumenti tecnologici ritenuti capaci di garantire maggiore riservatezza nelle comunicazioni.
Tra gli arrestati nell’operazione che ha coinvolto decine di persone figura Carlo Bianco, considerato dagli investigatori uno degli uomini di fiducia del gruppo riconducibile alla fazione guidata dai nipoti del boss Michele Zagaria. Il suo nome compare più volte nelle intercettazioni e negli atti dell’inchiesta, non soltanto per le attività economiche legate al settore dell’autonoleggio ma anche per il presunto interesse verso sofisticati sistemi di comunicazione.
Secondo la ricostruzione investigativa, nel corso di una conversazione intercettata nel 2022, Bianco avrebbe illustrato ad un proprio interlocutore le caratteristiche di particolari smartphone dotati di software crittografati. Dispositivi che, a suo dire, avrebbero consentito di effettuare chiamate, videochiamate e scambi di messaggi con elevati livelli di protezione.
Nel dialogo si parla di apparecchi dal costo particolarmente elevato e di una rete di comunicazione che sfrutterebbe il dark web per la trasmissione dei dati. Tra le funzioni descritte compare anche un sistema capace di alterare la voce dell’utilizzatore durante le telefonate, rendendo più difficile l’identificazione dell’interlocutore.
Gli investigatori hanno inoltre documentato alcuni episodi nei quali sarebbe stato utilizzato un software di distorsione vocale. In una circostanza, una telefonata sarebbe stata effettuata simulando la voce di una donna, inducendo in errore la persona contattata.
L’inchiesta evidenzia anche l’utilizzo di piattaforme di messaggistica istantanea considerate più sicure rispetto ai canali tradizionali. In alcune conversazioni emergono riferimenti a Telegram, applicazione che sarebbe stata impiegata per mantenere contatti e gestire comunicazioni ritenute sensibili.
Accanto agli strumenti digitali, gli indagati avrebbero continuato ad adottare metodi più tradizionali per ostacolare le attività investigative, come l’impiego di utenze telefoniche non intestate agli utilizzatori reali e l’uso di linguaggi convenzionali. Emblematico il ricorso alla parola “macchina”, che secondo l’accusa sarebbe stata utilizzata come termine in codice per indicare la cocaina.
Un insieme di accorgimenti che mostra come le organizzazioni criminali tentino sempre più spesso di affiancare ai metodi tradizionali strumenti tecnologici avanzati nella speranza di ridurre il rischio di controlli e intercettazioni. Elementi che ora saranno valutati nel prosieguo dell’inchiesta coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli.