CASAL DI PRINCIPE. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da Francesco Schiavone, confermando così la proroga del regime detentivo speciale del 41 bis stabilita dal Ministero della Giustizia.
La decisione, maturata già nella prima parte del mese di marzo, è stata accompagnata dalle motivazioni rese note solo recentemente. Il provvedimento impugnato riguardava la pronuncia del Tribunale di Sorveglianza di Roma, che aveva a sua volta ritenuto legittima la prosecuzione del regime carcerario differenziato nei confronti dell’esponente del clan dei Casalesi, omonimo e parente del capoclan noto come Sandokan.
Alla base della valutazione dei giudici vi è la convinzione che Schiavone mantenga ancora oggi la capacità di restare in contatto con l’organizzazione criminale di riferimento. Un elemento ritenuto decisivo per confermare le restrizioni previste dal 41 bis.
Secondo la Suprema Corte, il ruolo di rilievo ricoperto nel corso della sua carriera criminale e la posizione apicale all’interno del sodalizio camorristico rendono concreto il rischio che, in assenza del carcere duro, il boss possa tornare a esercitare la propria influenza. I magistrati evidenziano come, senza le attuali limitazioni, Cicciariello sarebbe in grado di riallacciare i rapporti con il clan e riprendere il controllo delle attività illecite.
A incidere sulla decisione anche la mancata presa di distanza dall’organizzazione criminale e l’esperienza giudiziaria maturata in casi analoghi. I giudici sottolineano infatti che i vertici mafiosi, pur detenuti, riescono spesso a mantenere un ruolo attivo, utilizzando familiari o persone autorizzate ai colloqui per far arrivare all’esterno indicazioni operative e direttive.
Per questi motivi il ricorso è stato rigettato senza possibilità di ulteriore esame, con conseguente condanna per Schiavone al pagamento di una sanzione di 3mila euro in favore della cassa delle ammende.
La conferma del 41 bis ribadisce, ancora una volta, la linea rigorosa adottata nei confronti dei capi delle organizzazioni criminali, ritenuti ancora in grado di incidere sugli equilibri dei clan anche dal carcere.